Scola, la laurea honoris causa e l’elogio dell’amore che «non teme di “sporcarsi le mani”»

In Romania per ricevere l’onorificenza dall’università Babes-Bolyai di Cluj, il cardinale ricorda la «fede netta e decisa» di san Bonifacio, apostolo dei popoli germanici

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – «Il cuore dell’evangelizzazione è l’annuncio, proposto con coraggio a tutti gli uomini, della morte e resurrezione del Signore Gesù». La memoria liturgia di san Bonifacio, vescovo e martire, ha offerto al cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, l’occasione per richiamare l’attenzione sul valore dell’annuncio evangelico e sul suo nucleo fondamentale: Gesù Cristo stesso, come sottolinea il brano degli Atti degli Apostoli (26, 19-23) della liturgia di mercoledì 5 giugno. Il porporato ha riproposto la figura del grande apostolo dei popoli germanici ai fedeli riuniti nella cattedrale di San Michele a Cluj-Napoca, nell’eparchia di Cluj-Gherla, in Romania, dove si è recato per ricevere la laurea honoris causa dell’università Babes-Bolyai.

Ricordando che l’annuncio del Vangelo «fa di tutte le etnie della terra l’unico popolo di Dio», il cardinale ha riproposto la testimonianza del santo che fu «mandato dal Papa Gregorio II a evangelizzare i popoli della Germania». Egli svolse il suo compito «con instancabile dedizione e grande coraggio», convinto della necessità che i vescovi fossero sempre «pastori solerti che vegliano sul gregge di Cristo, che annunciano alle persone importanti e a quelle comuni, ai ricchi e ai poveri la volontà di Dio… nei tempi opportuni e non opportuni», come scrive in una lettera, citata non a caso da Benedetto XVI «in una delle sue memorabili catechesi sui santi».

Da dove veniva a Bonifacio la forza «per una confessione di fede così netta e decisa?» si è chiesto il porporato. «È la stessa domanda suscitata in noi — ha detto — dalla coraggiosa testimonianza di fedeli e pastori, romano-cattolici e greco-cattolici, che hanno offerto lungo il ventesimo secolo in questa terra benedetta». Per rispondere, ha aggiunto, «non possiamo che fissare il nostro sguardo sul buon Pastore», il quale ha «consegnato la sua vita al Padre per noi». Egli, infatti, «ha mostrato come vivere sia appartenere, come sa bene ogni padre e ogni madre, ogni sposo e ogni sposa».

«All’origine di ogni cosa e della nostra esistenza si trova la vita stessa della Trinità, lo scambio libero ed eterno di amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito» ha sottolineato l’arcivescovo di Milano. L’amore del pastore per le sue pecore, «che giunge fino al dono supremo di sé», passa dunque — ha ribadito — «attraverso la condivisione che non teme di “sporcarsi le mani” per loro, come ci ha più volte ricordato Papa Francesco».

Facendo poi riferimento all’anelito per l’unità dei cristiani, il porporato ha fatto notare che la strada «che conduce all’unità è la testimonianza, fino all’effusione del sangue», come dimostra l’esempio di Bonifacio. Infatti «la storia di fede del vostro popolo — ha aggiunto rivolgendosi ai presenti — mostra che le strade del martirio non sono così lontane da noi, né nel tempo né nello spazio». Ma il martirio, ha aggiunto, «come non cessa di ricordare la liturgia, è una grazia che Dio concede ad alcuni per sostenere la fede di tutti. A noi tutti tocca la strada della testimonianza quotidiana». Quella testimonianza, ha concluso, «di cui tanto bisogno ha oggi l’Europa che ci appare affaticata e delusa, perplessa e sconcertata. I popoli europei attendono, più o meno consapevolmente, la testimonianza del popolo cristiano. Una testimonianza che permetta di riconoscere che la forma propria dell’unità è la comunione».