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La borsa e la vita

Scioperi senza tregua (olimpica)

Di Alan Patarga
07 Febbraio 2026
La mancata intesa tra governo e sindacati per uno stop alle serrate almeno durante i Giochi di Milano-Cortina la dice lunga sulla situazione del paese. A cominciare dai veri obiettivi di Landini
Manifestazione della Cgil a Napoli in occasione dello sciopero generale contro la legge di bilancio il 12 dicembre 2025 (foto Ansa)
Manifestazione della Cgil a Napoli in occasione dello sciopero generale contro la legge di bilancio il 12 dicembre 2025 (foto Ansa)

Gennaio 2006, il governo guidato da Silvio Berlusconi ininterrottamente dal 2001 viveva già le sue ultime settimane di vita (si sarebbe votato il 9 e 10 aprile e avrebbe vinto Romano Prodi) quando trovò la forza di convocare le parti sociali a Palazzo Chigi per lanciare una proposta: concordare una “tregua sociale”, ossia una sospensione di tutti gli scioperi che avrebbero potuto ostacolare il regolare svolgimento dei Giochi olimpici invernali in programma il mese successivo a Torino, a cominciare da quelli nel settore dei trasporti. Con pochissime eccezioni, l’invito a sotterrare l’ascia di guerra dal 31 gennaio addirittura fino al 23 marzo fu accolto dalle principali organizzazioni dei lavoratori e dalle associazioni datoriali. Non aderirono soltanto alcune sigle di base e la Fnsi, il sindacato dei giornalisti alle prese – allora come ora – con un difficile negoziato con gli editori per il rinnovo del contratto di categoria. Una deroga venne inoltre concessa ai ferrovieri, che incrociarono le braccia il 4 marzo avendo già concordato un rinvio della loro protesta.

Esattamente vent’anni più tardi, le Olimpiadi invernali fanno nuovamente tappa nel nostro paese, con doppia base a Milano e Cortina: dal 4 al 22 febbraio i giochi ordinari e dal 6 al 15 marzo quelli paralimpici. A differenza di quanto avvenuto nel 2006, però, questa volta non ci sarà alcuna tregua e anzi nel solo mese di febbraio è previsto un fitto calendario di astensioni dal lavoro che rischiano di minare l’efficienza dei trasporti e di altri servizi. Nel breve arco di 28 giorni sono stati infatti annunciati ben 26 scioperi.

Dai portuali agli autoferrotranvieri fino al personale autostradale e agli addetti del trasporto aereo ciascuno ha la sua inderogabile ragione per manifestare il proprio malcontento, a costo di bloccare il paese in giornate cruciali sia sul piano della logistica (sono attesi fino a 2 milioni di turisti in più nella sola Lombardia) sia su quello dell’immagine internazionale. La giornata più difficile potrebbe essere quella di lunedì 16 febbraio, quando si fermeranno gli aerei, ma anche il 27 e il 28 lo stop nazionale dei treni si annuncia un appuntamento assai critico.

Un triennio vissuto faticosamente

Questo avvio d’anno non fa che ricalcare quanto avvenuto nel 2025, quando si è raggiunta la cifra monstre di 1.600 scioperi proclamati, di cui 536 effettivamente svolti, per una media di 44 proteste ogni mese. Un livello di conflittualità, come si può evincere dai dati regolarmente forniti dalla Commissione di garanzia sugli scioperi, che in particolare riguarda il comparto ferroviario: fermatosi lo scorso anno per ben 245 ore.

Per dare un’idea dell’enormità di questa cifra basterebbe andare a ritroso di un decennio, e cioè al 2016 quando le ore di astensione furono appena 69 e al 2017 quando scesero addirittura a 57. Ma allora a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni, ultimo premier di un governo composto dal solo centrosinistra e il sospetto che buona parte delle organizzazioni sindacali volessero privilegiare il dialogo con una compagine ritenuta più affine alla propria base è quantomeno legittimo. Soprattutto perché l’impennata delle proteste è coincisa proprio con l’avvento dell’esecutivo Meloni, insediatosi a fine 2022.

Grafico: Scioperi ferroviari nazionali 2016-2025: numero di scioperi all’anno e totale ore scioperate
Scioperi ferroviari nazionali 2016-2025: numero di scioperi all’anno e totale ore scioperate

Per dire: nel 2023 le ore di sciopero salirono bruscamente a 112, per divenire 227 nel 2024 e appunto 245 lo scorso anno. Un triennio vissuto faticosamente in parte per il pregiudizio di una buona fetta del sindacato nei confronti del centrodestra (indicativo, in questo senso, l’invito del leader della Cgil, Maurizio Landini, alla «rivolta sociale»), ma in parte anche per una scarsa propensione al dialogo da parte del governo, che ha deciso di ricorrere al confronto con le parti sociali solo a fasi alterne.

E proprio sulla possibile “tregua olimpica” si marca la maggior differenza di approccio tra il centrodestra meloniano del 2026 e quello a trazione berlusconiana del 2006: allora, la pace sindacale fu ottenuta al termine di un confronto vis-à-vis tra tutti gli attori, oggi il flop si registra anche a causa di un tentativo assai freddo. A dicembre, infatti, i sindacati si sono visti recapitare una pec con mittente la Commissione di garanzia sugli scioperi, nella quale si invitava per l’appunto a prendere in considerazione l’idea di uno stop a tutte le proteste per non ostacolare lo svolgimento delle Olimpiadi. Risultato: muro di Cgil e sindacati di base, silenzio da Cisl e Uil. Un via libera di massima solo dall’Ugl di Paolo Capone, tradizionalmente più vicina all’area moderata e conservatrice, e da qualche altra sigla sparsa.

La svolta di Bari che ancora paghiamo

Al centro di questa incomunicabilità di fondo tra governo e mondo sindacale c’è sicuramente una diffidenza antica, rafforzata però negli ultimi anni dalla linea massimalista portata avanti da Landini, che molti osservatori accusano di aver di fatto trasformato la Cgil in un partito di sinistra radicale, una sorta di sigla aggiunta al “campo largo” più avvezza a organizzare proteste pro-Flotilla che non a negoziare rinnovi contrattuali con le controparti datoriali.

Non è un caso, forse, che alla guida del sindacato di corso Italia, in quel 2006 della “tregua olimpica”, ci fosse un moderato come Guglielmo Epifani, primo segretario generale di cultura socialista e non comunista dal 1944. Non che siano mancati i conflitti sotto quel mandato, come anche durante quello successivo di Susanna Camusso, ma è dal 2019 con l’ascesa dell’ex segretario della Fiom che la Cgil è via via diventata più movimento d’opinione che sindacato in senso tradizionale: una svolta nata da una frattura interna non ancora rimarginata.

Al congresso di Bari del gennaio 2019, Landini arrivò da favorito ma non da candidato unico, a differenza di quanto sempre accaduto in precedenza. Lo sfidante, Vincenzo Colla, un piacentino pragmatico alla Bersani che era stato segretario regionale e poi ancora confederale, si presentò all’appuntamento con il sostegno di almeno un terzo dei delegati e soltanto un accordo dell’ultima ora consentì un’elezione unitaria che portò all’indicazione di Landini quale nuovo segretario e di Colla come suo vice. Un compromesso che sopì solo in apparenza il dissidio tra due idee di sindacato: quella landiniana tesa a farne un soggetto politico capace di dialogare con l’estrema sinistra e i cinquestelle, e quella che invece puntava a un ruolo più tecnico per l’organizzazione dei lavoratori.

Quel che è certo è che oggi Colla non fa più parte della Cgil e che, da vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con deleghe allo Sviluppo economico, si dedica alle crisi aziendali tanto quanto a ricevere delegazioni di investitori internazionali desiderosi di insediarsi nei ricchi distretti produttivi della pianura padana. Landini, invece, frequenta ancora piazze e talk show senza soluzione di continuità, talvolta minacciando fuoco e fiamme “perché la gente non ne può più”, talvolta prendendo (giustamente) le distanze quando qualcuno finisce per prendere troppo sul serio i suoi agitatissimi appelli.

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