Schwazer non mentiva: non si è dopato nel 2016

Il tribunale di Bolzano archivia: il marciatore non «ha commesso il fatto», mentre Iaaf e Wada hanno fatto ostruzionismo. E qualcuno ha manipolato le provette

Chi come noi ha seguito la vicenda del marciatore Alex Schwazer sa, da tempo, come siano andate le cose. Ora giunge la notizia, anticipata dalla Gazzetta che cita fonti dell’entourage del marciatore altoatesino, che «secondo il gip del Tribunale di Bolzano, Walter Pelino, che ha disposto l’archiviazione del procedimento penale, Alex Schwazer non ha commesso il fatto».

Quindi Schwazer nel 2016 non si dopò, come da lui sempre sostenuto, mentre qualcuno intervenne per manipolare le sue provette d’urina. Lo stesso gip «sottolinea in modo molto duro l’ostruzionismo di Wada e Iaaf: “Hanno operato in maniera totalmente autoreferenziale non tollerando controlli dall’esterno fino al punto di produrre dichiarazioni false”». Tutto a posto dunque? No, perché l’atleta non potrà comunque partecipare alle prossime Olimpiadi essendo ancora in vigore la squalifica comminata dal Tas di Losanna. Adesso, però, forte dell’archiviazione, può impugnare la sentenza del Tas. Se non per tornare in pista, almeno potrà farlo perché gli sia riconosciuto l’onore e sia riconosciuta la verità.

L’incontro al Meeting di Rimini

Per Schwazer, i suoi legali e l’allenatore Sandro Donati è stato comunque un calvario. Negli ultimi anni, qualche fiammella di speranza aveva ricominciato ad accendersi, come testimoniato dal marciatore e Donati al Meeting di Rimini nell’agosto 2019. Era stata in quell’occasione che, parlando del loro rapporto umano e sportivo con il giornalista Nando Sanvito, Donati aveva detto:

«Mi convinse [ad allenarlo dopo la prima squalifica, ndr] perché era disposto ad accettare tutte le mie condizioni (controlli a sorpresa, i miei metodi di allenamento) e a mettersi in gioco totalmente. Anche quando gli ho chiesto di presentarsi davanti alla magistratura per denunciare due medici per vicende di doping, lo fece. E, attenzione alle date: denunciò i due medici, poi inquisiti per favoreggiamento, di cui uno faceva parte della Iaaf, il 16 dicembre 2015, e un’ora dopo partì l’ordine di un controllo antidoping su di lui 15 giorni dopo».

Il Te Deum per Tempi

Ora, lo possiamo dire: Alex Schwazer non mentiva quando nel gennaio 2017 scriveva per Tempi il suo Te Deum in cui diceva:

«Ero caduto e mi ero rialzato. Ho percorso i metri e i chilometri della vergogna e dell’umiliazione, ma poi, a pochi centimetri dal sogno di tornare alle Olimpiadi, mi hanno fermato. No, non voglio fare la vittima. Pensatela come volete, un giorno, spero, mi sarà resa giustizia. Un giorno quel signore che mi ha accusato, quel signore che sapeva del doping di altri atleti, quel signore che ha detto bugie sul mio conto durante l’indagine, quel signore che ancora a Rio ha negato la verità, quel signore ne dovrà rispondere. Se non a me o in un tribunale dovrà farlo davanti alla sua coscienza, il giudice inflessibile che non si può mai ingannare».

Foto Ansa