Gli sbarchi, l’accoglienza, i soccorsi. «Quel che sta facendo la popolazione siciliana è d’esempio per tutti»

Intervista a monsignor Giancarlo Perego (Migrantes): «Nell’isola è accolta più della metà degli arrivati e solo 450 comuni italiani hanno dato la propria disponibilità all’accoglienza»

mare-nostrum-marina-lampedusa-migranti«Sono arrivate più di 2.300 persone, e fermandoci solo agli ultimi giorni, diciamo dal 1 maggio, in Sicilia sono ospiti 12 mila persone arrivate nelle coste dell’isola»: per tratteggiare in modo preciso la situazione drammatica sulle coste della Sicilia bastano poche parole a monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Cei. Dall’1 maggio i nuovi sbarchi hanno reso obbligatorio, per la prima volta, far confluire i nuovi arrivati in città dove prima non andavano, tra cui Palermo e Messina. I centri di accoglienza Cara sono al collasso. Dice Perego: «Sono diciassettemila le persone oggi accolte nei centri siciliani Cara e Sprar (il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati, gestito dai comuni, ndr), sulle 33 mila accolte al momento in tutt’Italia».

Monsignor Perego, da dove arriva la maggior parte di queste persone?
Gli ultimi arrivi confermano i trend degli ultimi quattro mesi. Sono tre le aree: la prima è quella dei paesi del sud Sahara: Niger, Mali, Ghana e in particolar modo Sudan. Poi il Corno d’Africa (Somalia ed Eritrea), infine il Medio Oriente: Siria, Palestina, Egitto. Nelle ultime ore ci sono stati più sbarchi di palestinesi. D’altro canto, ci sono oltre 650 mila persone nei campi profughi in Siria o in Libano, ecco perché in questo frangente ne arrivano così tanti.

Tra le persone arrivate in questi giorni ci sono anche bambini?
Sì, ci sono sempre anche i minori, in una percentuale tra il 10 e il 20 per cento delle persone arrivate. Uno degli aspetti problematici è che mentre, di solito, i minori siriani sono accompagnati dalla famiglia, i bambini che arrivano dal Mali, dal Sudan e dalla Somalia non sono accompagnati. Molti di questi sono bambini in viaggio da almeno due anni e la traversata del mediterraneo è solo l’ultimo tassello di un percorso più lungo segnato da violenza, sfruttamento e prigionia. Questo vale anche per i neonati, purtroppo, dato che molti parti delle donne subsahariane sono frutto di violenze. Abusi che, secondo le informazioni che abbiamo raccolto, si sommano ad altri, comprese le cifre pagate per il viaggio della speranza, che ammonta tra i 1600 e i 3.000 euro.

Le hanno raccontato come fanno a pagare?
Spesso molti sono costretti a vendere tutto ciò che hanno nella terra d’origine. Altri, che hanno lasciato le famiglie nei paesi di origine, si fanno mandare il denaro lungo il tragitto tramite Western Union. Un sacerdote di Augusta ci ha raccontato che un ragazzo ospite gli ha mostrato mille euro, chiedendogli come poteva arrivare a Milano dove lo aspettavano amici e parenti. Una situazione abbastanza diffusa.

C’è stata qualche testimonianza, tra quelle che ha raccolto da vicino, che l’ha particolarmente colpita negli ultimi giorni?
Di questi ultimi arrivi si sta raccogliendo la testimonianza di chi chiede asilo. Ci sono giovani del Mali che raccontano di essere fortemente segnati dalla violenza nei paesi d’origine, e che ora vogliono spezzare quel passato e costruire un futuro. Un ingegnere siriano ci ha scritto che è appena diventato padre del suo secondo figlio, e che non voleva che crescesse in guerra o nella violenza. Per questo ci ha chiesto aiuto, annunciandoci che con la famiglia iniziava il viaggio della speranza.

Di fronte a queste nuove ondate di arrivi, come reagisce la popolazione locale?
Com’era stata straordinaria l’accoglienza a Lampedusa, dove ogni famiglia ha cercato di stare vicina a ogni persone che arrivava, così oggi è straordinaria l’accoglienza dei siciliani. Ad Augusta (Sr) e Pozzallo (Rg), dove ci sono stati la maggior parte degli approdi, abbiamo visto un’accoglienza davvero molto umana. Mi ha colpito per esempio che a Pasqua i parroci di queste due comunità hanno deciso di scrivere una lettera aperta ai migranti ospiti in queste terre, dando loro il benvenuto. Secondo le stime dell’Onu, le emigrazioni sono in crescita e dai 232 milioni persone migrate nel 2013, si potrebbe arrivare a 400 milioni di migranti nel 2040, in un Africa dove la popolazione passerà dagli attuali 2 miliardi di persone a 4 miliardi. Se non impariamo a cooperare, questa storia, che è solo agli inizi, si aggraverà. Per cui sarebbe importante che questa accoglienza che la Sicilia sta dando, fosse d’esempio per tutti.

Ci fa qualche esempio concreto, di questa accoglienza di cui parla?
Come a Lampedusa, spesso le famiglie siciliane in questi giorni accolgono nelle loro case i minori senza genitori, mentre le parrocchie mettono a disposizione i loro spazi. Sono segnali importanti di come la realtà di una città si apre al bisogno. Su 33 mila persone accolte in Italia, 17 mila, cioè più della metà, oggi si trova in Sicilia. Per questo occorre che tutto il paese si faccia carico di questo problema. Basti dire che solo 450 comuni italiani su 8.000 hanno aderito al progetto Sprar.

Ha appena partecipato ad un convegno sulle politiche europee per i migranti a Malta. L’isola, che secondo le denunce di molti avrebbe assunto un ruolo più defilato rispetto all’accoglienza, ha intenzione di contribuire allo sforzo dell’Italia di non lasciare vite in mare senza soccorsi?
Non è vero che Malta ha un ruolo più defilato nell’accoglienza. E non è assolutamente vero che si adopera solo per i respingimenti, come sento ripetere per esempio alla Lega. Cito solo un dato esemplificativo: con 400 mila residenti, Malta ha accolto seimila persone. Milano con 2 milioni di persone residenti, a ottobre scorso diceva di fare fatica ad accogliere 5 mila persone, che infatti sono state tutte trasferite altrove. Firenze con la stessa popolazione di Malta, ha accolto meno di 200 persone. Caso mai, quindi, il punto è che oggi Malta si pone il problema di ulteriore accoglienza, perché ha dato ospitalità come poteva. L’Italia sta contribuendo con l’operazione Mare Nostrum, che si è differenziata notevolmente da quella di altri paesi Ue, come la Spagna. Con Mare Nostrum da mesi non si sono verificati più morti in mare. È una cosa che ci fa onore, perché è stata la più grande operazione di pace e umanitaria che si potesse fare. Oggi bisogna rafforzare questa operazione di accoglienza nel Canale e di arresto dei trafficanti. A proposito, sono stati già arrestati duemila trafficanti negli ultimi mesi.

Però Mare Nostrum costa 9 milioni di euro al mese, e i fondi per finanziarla sarebbero esauriti. Forse l’Ue non sta supportando poi così tanto quest’operazione.
Non è vero che l’Ue non la sostiene, ha già versato 15 milioni di euro, e ne ha già impegnati altri 15. Inoltre l’Ue si è impegnata nei prossimi 7 anni per operazioni di questo tipo, programmando oltre mezzo miliardo di fondi solo per l’Italia per l’immigrazione. Perché però si possa continuare questo tipo di politica, la nostra preoccupazione è che bisogna superare l’ondata di xenofobia che si diffonde anche in vista delle elezioni europee.

Sono emerse altre proposte, oltre a Mare Nostrum, per affrontare questo problema in sede europea?
Il seminario a cui ho partecipato a Malta è stato organizzato dal Movimento cristiano lavoratori con tutte le organizzazioni presenti nel mediterraneo. È emersa una grande attenzione da parte di tutti al tema della migrazione, come è emersa l’esigenza che l’Europa sia attenta ai suoi stati membri non solo sul piano economico, ma anche rispetto a problemi sociali e umanitari come questo degli sbarchi. Si è avanzata la proposta di una mobilità dei richiedenti asilo all’interno dell’Europa, richiesta avanzata da molti paesi. A mio avviso, l’Europa deve accettare questa sfida o rischia di dividersi in due, Europa del sud e del nord, mettendo di fatto la parola fine al sogno della casa europea.