Saviano, Severgnini e quella strana licenza poetica per pochi eletti

Saviano su Twitter scrive qual è con l’apostrofo e sul web scoppia la polemica. Severgnini lo difende a spada tratta, inneggiando alla buona fede dell’autore che non si avvale dell’ufficio stampa per aggiornare il suo profilo e propone una sorta di licenza poetica per scrittori. Ma perché Saviano si e Giurato no?

Alzi la mano chi almeno una volta si è sentito davvero in difficoltà davanti a una parola. Quella, proprio quella scritta mille volte davanti alla quale d’improvviso cala il buio: «Ma si scriverà spiagge o spiaggie, sufficiente o sufficente?». Il refuso (definizione dell’errore in ambito giornalistico) è sempre dietro l’angolo. Senza parlare degli apostrofi, quelli sì che mettono davvero in crisi. Sulla tastiera del pc è molto più facile trovare una lettera accentata che ricordarsi dov’è l’apostrofo, motivo per cui un po’ diventa quasi sempre . E di perché, vogliamo parlarne? L’avverbio interrogativo richiede una gran fatica, la e finale necessita dell’accento acuto, difficilissimo da ricordare. Ma il bello, o il brutto, di un mestiere che ha a che fare con la scrittura e che cerca di prendersi cura dell’italiano è preservarlo dall’attacco che subisce ormai da decenni da parte di adulti che alle elementari erano un po’ troppo distratti e adolescenti a cui le parole italiane sembrano troppo complicate da scrivere sul cellulare.

Provare a scrivere correttamente è nobile, riuscirci difficilissimo. Ma tutte le accortezze possibili e immaginabili utilizzate dagli scrittori sino a ieri, crollano dinanzi all’articolo che Beppe Severgnini ha dedicato allo strafalcione pubblicato da Roberto Saviano su Twitter. Quale occasione migliore per il giornalista del Corriere della sera  per parlare del tanto amato social network? L’autore di Gomorra ha pubblicato sul suo profilo una frase in cui scriveva candidamente qual è con l’apostrofo, qual’ è. Saviano dapprima ha cancellato il refuso, poi ha deciso “eroicamente” di tenerlo, decidendo addirittura di trasformarlo in un suo segno distintivo, alla stregua di Pirandello. Una licenza poetica autoproclamata, elogiata da Severgnini, che tanto si è speso per difendere questo errore da quarta elementare definendolo “umano”, il segno di un personaggio pubblico che non lascia il potere della penna in mano a un ufficio stampa ma che si assume la responsabilità delle sue azioni e, quindi, dei suoi orrori grammaticali. Inutile dire che i colleghi giornalisti si sono divertiti a ironizzare sulla vicenda (il più divertente è Alessandro Gnocchi sul Giornale), ricordando quanto invece ai giornalisti piaccia prendersela con personalità dello spettacolo e soprattutto della politica colti nel delittuoso atto di scrivere con qualche errore di grammatica di troppo.

E allora non si capisce perché Saviano, Severgnini e chissà quali altri eletti, avrebbero diritto a questa esenzione dall’errore, a una licenza poetica nata in quel preciso istante grazie all’assenza, come ama far notare il giornalista del Corsera, del provvidenziale correttore automatico che non ha impedito alla genuinità di un pensiero di venire ostacolato dalle dure leggi della grammatica italiana. Ma allora perché non riabilitare anche gli strafalcioni di Luca Giurato? Perché non lasciare che la lingua italiana segua il suo corso mentre gli scrittori vanno da un’altra parte, dalla parte della poesia? La verità è che dell’italiano ci stiamo disinnamorando (e su questa parola il correttore è impietosamente rosso) e di questi tempi non è certo la migliore delle notizie.