Sacconi: «Marco Biagi aveva un sogno: lo statuto dei lavori»

A undici anni dalla scomparsa, l’amico e senatore Pdl traccia un profilo del giuslavorista ucciso dalle Br: «Era convinto che è la regola a doversi adattare alla realtà, e non viceversa»

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A undici anni dal suo assassinio, Adapt, il Centro studi Marco Biagi e l’associazione amici di Marco Biagi hanno promosso il convegno dal titolo “Le ragioni di uno statuto dei lavori. Ricordando Marco Biagi”. Il convengo si è svolto ieri martedì 19 marzo a Palazzo della Cooperazione, Roma. Sono intervenuti, tra gli altri, Michele Tiraboschi, allievo di Biagi e ordinario di diritto del lavoro all’Università di Modena, il professore Giuliano Cazzola, il senatore Maurizio Sacconi e, in conclusione, il ministro Elsa Fornero. Tempi.it ha chiesto a Sacconi, amico personale di Biagi e presidente dell’associazione che porta il suo nome, di tracciarne un profilo.

Senatore Sacconi, che uomo era Marco Biagi?
Marco era un socialista riformista, ma prima di rutto era un cattolico e questo spiega la sua visione positiva dell’uomo e di un diritto a misura di ciascuna persona e di tutte le persone. Marco è stato anche un uomo coraggioso – sapeva quali pericoli correva – e che tuttavia ha perseguito il sogno di una maggiore umanizzazione del diritto del lavoro, che l’ideologia aveva ormai separato dalla persona.

Cosa significa ricordarlo oggi?
Ricordare Marco significa rinnovare l’impegno per dare sviluppo alle sue intuizioni, partendo proprio da quella visione positiva dell’uomo che lo conduceva ad avere fiducia nel principio di sussidiarietà e nel dialogo sociale, per dare più spazio al contratto e meno alle leggi astratte.

Quale concezione aveva Biagi della legge?
Lui prendeva sempre le mosse dal principio di realtà per cui la regola deve sapersi adattare alla realtà e non plasmarla a suo piacimento sulla base di un impianto ideologico. Penso che Marco possa essere considerato davvero il punto di riferimento dell’altra scuola del lavoro, l’altra rispetto a quella fortemente condizionata dall’ideologia del ‘900 che partiva dalla, più o meno esplicita, antropologia marxista e dal presupposto dell’homo homini lupus. Non è un caso che Marco abbia aperto la strada a una concezione alternativa del lavoro veramente moderna, che, oltretutto, risulta più utile a promuovere l’impiego e lo sviluppo della persona nel tempo della competizione globale.

Cosa insegna il suo pensiero ai tecnici e ai politici di oggi?
Che occorre depurare le discussioni sul lavoro dall’ideologia di parte, al fine di liberare nuovi lavori, promuovere la propensione ad assumere e favorire l’aggiornamento delle competenze. Per farlo, la strada maestra da seguire deve essere quella della rimozione del sovraccarico regolatorio introdotto dalla legge Fornero sui contratti, abrogandone i contenuti legati alle diverse tipologie contrattuali.

E che fare per i giovani?
Per loro bisogna incentivare i contratti permanenti, a partire dall’apprendistato, detassandoli per i primi cinque anni. Più in generale, invece, occorre ridisegnare l’impianto regolatorio per sancire il passaggio dallo statuto dei lavoratori verso lo statuto dei lavori, che era il sogno di Biagi.

Cos’è lo statuto dei lavori?
Lo statuto dei lavori è un più semplice ed elementare impianto regolatorio dei rapporti di lavoro che fa leva su di un pavimento universale di regole base che favorisce la libera contrattazione aziendale, in termini sia individuali sia collettivi. Si tratta di uno strumento di adattamento reciproco e condiviso da parte delle imprese e dei lavoratori.

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