Roma. Quanto può arrivare a costare il (non) governo dell’antipolitica

Marino annunciò 146 opere per 440 milioni, roba da tirare a lucido la città. Alla fine sono stati aperti appena 46 cantieri «a singhiozzo»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

virginia-raggi-roma-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quanto può arrivare a costare, in termini di occasioni sciupate, il mito grillineggiante (grillineggiante, non per forza grillino) dell’antipolitica? Se non bastasse il notevole filotto di cose mandate all’aria in pochi mesi dalla giunta Raggi a Roma, è utile leggere, per restare nella capitale, l’inchiesta del Messaggero sul «lascito laico del Giubileo straordinario», che poco più di un anno fa era atteso da tutti come l’occasione per risollevare la città a suon di investimenti e opere pubbliche, e invece ora che sta per chiudersi appare per quello che è. «Un flop».

Il problema non sono tanto i numeri esigui che l’evento ha suscitato a Roma in termini di turismo, cosa in fondo prevedibile per la “forma diffusa” decisa dal Papa. Il vero flop sta nella «lunga lista di opere annunciate e alla fine depennate». Secondo gli annunci del sindaco “alieno” Ignazio Marino, i cantieri dovevano essere 146, un piano da 440 milioni. Roba da tirare a lucido la capitale. Alla fine sono andati in porto appena «46 interventi a singhiozzo», di cui «alcuni ancora in corso», per un finanziamento totale di «circa 138 milioni da parte del governo».

Sono circa 300 milioni di euro perduti fra liti con il governo, carte inabissatesi chissà dove con la scusa della “trasparenza”, per non parlare della «serie infinita di pratiche che hanno fatto avanti e indietro dal Campidoglio alla sede dell’Anac», l’immancabile autorità anticorruzione preposta al “controllo di legalità” dell’universo mondo.

Intanto su trasporti, pulizia, accoglienza profughi, l’esito di questa grande occasione è sotto gli occhi di tutti. Ed è l’unico esito che ci si deve aspettare da una classe dirigente più preoccupata della propria immagine “pulita” che del bene comune.

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •