Casca il mondo
Il robot prega, l’uomo bestemmia
Si fa presto a dire: metti le mani giunte. Gabi, pur essendo tecnicamente molto sofisticato, ci ha messo un po’ di tempo. Mettersi in preghiera è un gesto profondo, e prega anche il corpo. Ma per Gabi è soltanto un comando difficile da eseguire. È un dettaglio non marginale della storia, quella di un robot umanoide accolto come monaco onorario. È accaduto a Seul, in Sud Corea, nel tempio buddista Jogyesa guidato dal Venerabile Sungwon.
A fronte di un calo di partecipazione e di interesse in tema spirituale, i monaci buddisti hanno deciso di accogliere nel loro ordine un robot umanoide alto 130 centimetri. Gli è stata messa la collana con i 108 grani di preghiera, sono stati adattati e consegnati i cinque precetti del buddismo. E poi la sorpresa: «Gabi si è rivelato meno avanzato di quanto molti immaginassero. Insegnargli a unire i palmi delle mani in preghiera, ad esempio, è stato incredibilmente difficile». Chissà come lo fa, Gabi, un esame di coscienza. Chissà cosa chiede a Dio. Chissà se sente bisogno del perdono.
Secondo il Venerabile Sungwon dobbiamo proprio metterci nelle sue mani, per quanto un po’ goffe a pregare: «Non credo che l’intelligenza artificiale del futuro ci distruggerà crudelmente. Piuttosto, esseri con un’intelligenza molto elevata si prenderanno cura di noi con tenerezza. Una persona con un Qi di 150 si prende cura di un cane con compassione. Ora immaginate un Qi di 300, 400, 500. Saremo come bambini tra le braccia delle nostre madri».

Se i robot imparano a pregare, gli esseri umani continuano a bestemmiare. E forse questa recidiva nel peccato è più verosimile di un futuro di pie madri robot che ci cullano. Una facciata laterale della chiesa madre di San Donaci, nella diocesi di Brindisi-Ostuni, è stata vandalizzata con una scritta: «Dov’è Dio in questo perenne macello? Se esiste bisogna fucilarlo». Oltre a condannare il gesto, l’arcivescovo Giovanni Intini è entrato nel merito della provocazione: «Non so per quale motivo l’autore o gli autori hanno pensato di scrivere questa frase […] ma tuttavia la frase suscita una riflessione, che per un credente è una certezza: Dio è dentro il macello e le macerie di questo mondo violento e guerrafondaio. Abbiamo già e continuiamo ancora a fucilare Dio, a ritenerlo morto, o superfluo, o inutile, o un retaggio archeologico di altri tempi».
A onor del vero, a volte la domanda “dov’è Dio?” non nasce dallo scandalo del male, ma diventa l’ultima forma dell’imprecazione: quando non resta più nessuno da accusare, si chiama in causa Dio, come un’entità astratta, pur di non uscire dalla posa della maledizione.
Imprecare e dare la colpa ad altri, perfino a un Dio onnipotente che se volesse potrebbe sistemare tutto con un battito di ciglia, è la scusa perfetta per alzare le mani di fronte alla fatica dell’impegno e dell’intraprendenza in nome del bene. La tentazione del peccato che maledice è proprio quella di chiudersi nel recinto dei disillusi, inerti e amareggiati. Ignavi, in fondo.
È vero che qui, da ogni parte, è un grande macello. E anche per l’uomo non è affatto facile mettere le mani giunte, vincere l’inerzia ferma della maledizione e scegliere la mossa libera e imprevedibile della benedizione. A un robot puoi dare un comando per eseguire un mimo di preghiera, a quel bestemmiatore seriale dell’uomo occorre quel rovesciamento del cuore che è la conversione.
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