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Riscaldamento globale, la marcia indietro degli scienziati “allarmisti”

settembre 26, 2017 Enrico Salvatori

Alcuni ex scienziati “allarmisti” pubblicano un articolo su Nature Geoscience e ammettono di aver sovrastimato l’impatto della Co2 sul clima. Il ritmo del riscaldamento del pianeta è più lento del previsto

epa05936025 Protesters march from the US Capitol to the White House in Washington, DC, USA, 29 April 2017.  Thousands of demonstrators turned out for the Peoples Climate March which also marks the 100th day in office for US President Donald J. Trump.  EPA/TASOS KATOPODIS

Gli autori dell’articolo – intitolato Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5 °C – confessano che le previsioni apocalittiche contenute nell’ultimo rapporto di valutazione dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), nel quale si ipotizzava al 2022 un riscaldamento del pianeta pari a 1,5°C al di sopra dei livelli pre-industriali, non si avvereranno mai. Questo vuole dire che anche il calcolo del carbon budget– ovvero la quantità di Co2 che, a loro avviso, è necessaria per aumentare il riscaldamento globale di un certo grado – è errato.

In altre parole, hanno preso una cantonata. Sul Times, in un pezzo firmato da Ben Webster dal titolo We were wrong. Climate scientists concede, vengono riportate delle dichiarazioni di Michael Grubb, professore di energia internazionale e cambiamento climatico presso l’University College London, uno degli autori dello studio, il quale ammette chiaramente che le previsioni erano sbagliate. Nello stesso articolo Myles Allen, professore di scienza dei geosistemi presso l’Università di Oxford, altro autore del paper pubblicato su Nature, ha dichiarato: «Non abbiamo constatato, dopo il 2000, la rapida accelerazione del riscaldamento globale indicata dai modelli. Non l’abbiamo rilevata nelle nostre osservazioni», aggiungendo che il gruppo di modelli informatici utilizzati (circa una dozzina), messi a punto da università e istituti di ricerca pubblici in tutto il mondo, risale a un decennio fa. Quindi, «non c’è da sorprendersi che essi divergano un po’ dalle osservazioni».

Eppure gli scettici del cambiamento climatico che lui e i suoi colleghi hanno combattuto vanno ripetendo da anni che i modelli climatici dell’Ipcc sono “too hot” – troppo pessimistici. Lo ha detto anche, in un articolo di qualche anno fa, la Global Warming Policy Foundation (Gwpf – fondazione per le politiche contro il cambiamento climatico). Tesi ovviamente ignorata da Grubb e dai suoi colleghi, che hanno sempre cercato di marginalizzare e stigmatizzare la Gwpf, definendola a torto come un’istituzione negazionista al soldo di biechi interessi legati ai combustibili fossili.

Ora che è arrivata la prima conferma ufficiale che la CO2 non è la grande colpevole del cambiamento climatico e la prima ammissione che il pianeta non si sta riscaldando pericolosamente, molti osservatori si stanno domandando come mai la notizia non sia giunta prima dell’accordo di Parigi sul clima. E dato che ora questi esperti hanno ammesso di essersi sbagliati di grosso, ci si chiede ancora perché mai dovremmo fare affidamento sui loro modelli per impostare le nostre politiche energetiche. E visto che ci siamo, perché non ammettere che – almeno a Parigi – aveva ragione Trump?

Foto Ansa

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