Rimborsopoli, assolto Chiodi: «È stata un’esperienza devastante»

Quattro anni fa l’ex governatore dell’Abruzzo finì su tutti i giornali accusato di aver fatto “la cresta” per oltre 30.000 euro. Oggi è assolto perché «il fatto non sussiste». Intervista

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Gianni Chiodi (a destra) il 24 gennaio 2014 durante la conferenza stampa da lui convocata per controbattere alle accuse dell’inchiesta “Rimborsopoli”

«Sì, è stata un’esperienza devastante», dice Gianni Chiodi a tempi.it, «perché mi ha distrutto sotto il profilo umano e familiare, professionale e politico». Chiodi era il governatore di centrodestra dell’Abruzzo che fu raggiunto da un avviso di garanzia il 27 gennaio 2014. La procura della Repubblica di Pescara aveva emesso 25 avvisi di garanzia, decapitando, di fatto, un’intera classe politica accusata a vario titolo di peculato e truffa aggravata, per fatti risalenti al periodo tra il 2009 e il 2012, riguardanti l’utilizzo improprio delle carte di credito regionali. Chiodi era accusato di aver fatto la cresta sui rimborsi per oltre 30.000 euro. Sui giornali era la fiera delle accuse, con gli inquirenti che contestavano cene pantagrueliche, affitti di camere d’albergo a cinque stelle e biglietti aerei in prima classe per parenti e amici. L’inchiesta, denominata “Rimborsopoli”, era su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali.
Quattro anni dopo è arrivata per Chiodi, l’ex vicepresidente della giunta, Alfredo Castiglione, e l’ex assessore all’Istruzione, Paolo Gatti, la sentenza di assoluzione perché «il fatto non sussiste».

FAMIGLIA, LAVORO, POLITICA. «Intorno alla mia persona si concentrarono le attenzioni anche per via di un fatto pruriginoso che, poi, non era stato raccontato nei termini esatti», dice oggi Chiodi a tempi.it. «È stata un’esperienza umana che non auguro al mio peggior nemico. Si immagini le difficoltà che ho dovuto vivere in famiglia, con mia moglie e le mie tre figlie. Loro per prime hanno subito questa situazione, vivendola con grande imbarazzo a scuola e negli ambienti che frequentavamo».
Chiodi, commercialista, ha subito ripercussioni anche in ambito lavorativo: «Ne ho risentito moltissimo. È una professione che ha a che fare con l’attività giudiziaria e si può ben comprendere il danno d’immagine; non sa quanti clienti ho perso».
Infine, la carriera politica stroncata: «L’inchiesta uscì tre mesi prima del voto in cui chiedevo la riconferma per la poltrona di governatore dell’Abruzzo. Ebbi persino difficoltà a fare le liste. Ovviamente perdemmo».

LE IRONIE DI ROCCO SIFFREDI. Se allora il nome di Chiodi era su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali, ora per sapere della sua assoluzione bisogna aguzzare la vista. Un boxino sul Corriere della Sera nelle pagine interne, una piccola fotonotizia sul Giornale. «Allora contro di me ci fu una vera e propria character assassination. Ricordo i toni violenti delle trasmissioni tv di Giletti e Costamagna e persino le ironie di Rocco Siffredi, l’attore porno che osava pontificare su fatti di cui nulla sapeva».
Il Centro, il quotidiano più diffuso in Abruzzo, che allora coprì l’indagine con pagine e pagine e titoli in prima, oggi si ricorda dell’assoluzione con un articoletto a pagina 12 nell’edizione regionale. «È così», sospira Chiodi: «Basterebbe avere, almeno, lo stesso trattamento. Invece, accanto a un’eccessiva leggerezza degli inquirenti, esiste anche un’eccessiva leggerezza dei media. Il risultato non è solo il danno personale, ma anche il discredito che si getta sull’intera classe politica, l’intera classe dirigente. Così si mette tutti nello stesso mazzo: tutti ladri, tutti delinquenti, tutti collusi. Questo crea un clima di sfiducia nel paese».

MI DOVEVANO DEI SOLDI. «No, non sono sollevato, sono amareggiato – conclude l’ex governatore -. Io avevo chiarito tutto sin da subito, ho chiesto il rito abbreviato eppure ci sono voluti quattro anni per avere giustizia. Addirittura l’anno scorso la Corte dei conti ha concluso con l’archiviazione delle accuse a mio carico specificando che non solo non avevo fatto la “cresta” per oltre 30.000 euro, ma che addirittura vantavo dei crediti nei confronti dell’ente regionale. Mi dovevano essere restituiti 1.300 euro».

Foto Ansa

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