Richiudere le chiese? «Ingiusto trattarci come attività non essenziali»

La battaglia del vescovo di Brooklyn contro il tetto alla partecipazione dei fedeli alle Messe imposto dal governatore Cuomo. Toccherà di nuovo anche a noi?

Controlli contro il coronavirus davanti a una chiesa di Brooklyn

I numeri del coronavirus fanno paura e da qualche tempo preoccupa altrettanto il continuo inasprirsi delle misure adottate dal governo per contenere il contagio: non pochi vi leggono una strategia di avvicinamento per passi a un altro devastante lockdown. Impossibile non domandarsi di conseguenza se ci toccherà assistere di nuovo anche alla chiusura delle chiese e delle Messe e al penoso tira e molla dei mesi passati.

In una intervista pubblicata sabato scorso, la Stampa ha rivolto la domanda direttamente al capo dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha risposto come segue:

«C’è molta preoccupazione per l’andamento epidemiologico. Per questo, rinnovo l’appello alla prudenza e alla responsabilità. Il dialogo con le istituzioni non è mai mancato. Però va sottolineato che nelle nostre chiese si applicano i protocolli e non è mai mancato il rispetto di tutte le norme anti-Covid: mascherina, distanziamento e sanificazione. È un punto importante da tener presente».

Sul calo della partecipazione alle Messe che si è registrato un po’ ovunque dopo la riapertura delle chiese – o meglio sulle ragioni di tale calo, e se questo sia un effetto del lockdown o se invece il lockdown abbia semplicemente fatto emergere una disaffezione preesistente – si può discutere all’infinito (Tempi lo ha fatto in più occasioni, anche attraverso le intuizioni di un filosofo come Fabrice Hadjadj). Comunque la si pensi, è comprensibile che alla Chiesa non piaccia affatto l’idea di tornare a sbarrare le porte ai fedeli.

A New York, lo scontro tra il governatore Andrew Cuomo e la diocesi di Brooklyn sulle Messe a numero chiuso è finito addirittura in tribunale. In seguito al riaccendersi dell’epidemia, infatti, alcune zone dello Stato sono state identificate come “hot spot”, e in quanto tali sottoposte a regole più rigide sugli assembramenti. L’ordinanza di Cuomo ha colpito anche le chiese di Brooklyn e del Queens, imponendo un tetto alla partecipazione dei fedeli alle Messe (incluse le celebrazioni in occasione di battesimi, matrimoni e funerali) pari al 25 per cento della capienza dell’edificio o a un massimo di 10 persone.

Venerdì 9 ottobre il primo round è andato a Cuomo. Come riporta un articolo della Abc:

«Il giudice distrettuale ha definito il caso una “decisione difficile”, ma si è schierato con Cuomo rigettando la richiesta di un ordine restrittivo temporaneo da parte della Chiesa. Il governo, ha sentenziato, “può concedersi ampia discrezione nella gestione della diffusione dei contagi da malattie letali, sulla base dei precedenti stabiliti dalla Corte suprema”».

Tuttavia il vescovo di Brooklyn Nicholas DiMarzio è ancora determinato a far valere il «diritto di celebrare Messa insieme» contro quella che lui considera come una violazione del Primo emendamento. Venerdì scorso il newyorkese è stato ascoltato dalla Corte, davanti alla quale si è lamentato della «irragionevolezza» dei limiti imposti da Cuomo e della ingiustizia subita dai cattolici, a suo dire trattati dallo Stato come cittadini di serie B.

«Un tempo si sarebbe guardato al terzo settore e alla religione come a un pilastro della società accanto al mondo economico e al governo. Era questo a tenere insieme la società», ha detto monsignor DiMarzio alla Catholic News Agency commentando l’udienza. Adesso invece «siamo relegati a bordocampo».

Alle misure di salute pubblica imposte da Cuomo, il vescovo replica che le chiese della diocesi sono «molto grandi» ed è eccessivo consentire l’accesso alle Messe a un massimo di 10 o 25 fedeli, come di fatto accade per via delle nuove regole. Questo per di più dopo un’estate passata a concordare con le autorità civili le misure di sicurezza e a implementarle con cura in tutti i luoghi di culto.

«Abbiamo fatto tutto il possibile a nostra conoscenza per evitare i contagi», spiega DiMarzio, ricordando che nelle chiese della diocesi c’è obbligo per tutti i fedeli di indossare la mascherina e la capacità è già ridotta secondo le direttive più prudenti. Tra l’altro oggi i cattolici hanno la protesta facile nei confronti della Chiesa, aggiunge il prelato non senza ironia, «se si fosse verificato qualche problema lo avremmo saputo».

Ma la questione in gioco adesso, ammette il vescovo, non è appena logistica: si tratta proprio della «libertà religiosa» e del fatto che le chiese sono state classificate arbitrariamente dallo Stato come attività «non essenziali».

Monsignor DiMarzio osserva che tanti esercizi ritenuti “essenziali” dal governo statale sono invece aperti e non sono nemmeno tenuti a contare gli ingressi. E protesta: «Nella società abbiamo un posto diverso dai negozi» ed è «irragionevole» mettere tutto in un unico calderone. «Altre religioni ammassano 400 persone in piccoli posti», mentre dalla riapertura non si hanno ancora notizie di chiese cattoliche divenute focolai.

«La differenza sta qui», insiste DiMarzio: la Chiesa non contesta le linee guida, anzi ha sempre obbedito alle regole imposte dalle autorità civili e seguendole ha garantito la sicurezza dei fedeli, «ci siamo comportati diversamente e credo che dovremmo essere trattati diversamente».

Foto Ansa