L’ottusità e ipocrisia di Repubblica sui cristiani mangiati dagli squali e le intercettazioni

Una vignetta di Ellekappa e un articolo sulla gogna a mezzo stampa rivelano che tipo di giornalismo si pratichi nel quotidiano romano

Ottusità e ipocrisia sono allo zenit nell’odierna edizione di Repubblica. Quanto all’ottusità. Si può nel giorno di un’infamia dentro l’infamia – siamo insieme su un barcone, uniti nello stesso destino e tu, musulmano, butti a mare il cristiano perché «qui si prega solo Allah» – pubblicare in commento all’episodio la vignetta di Ellekappa con lo squalo che dice: «Questo era cristiano? Boh! Io di religione non ci capisco niente, hanno tutti lo stesso sapore». Come a dire: echissenefrega di quei morti lì, viva la teoria (falsa) che le religioni sono tutte e uguali, ergo oggi tocca ai cristiani, ridiamoci sopra.

Quanto all’ipocrisia. Come Tempi scrive da vent’anni, adesso – grazie a Dio – anche i capi delle tre più importanti procure d’Italia – Roma, Milano e Palermo – capiscono ed espongono in Commissione Giustizia della Camera le sacrosante ragioni per cui chiedono alla politica di porre un freno alla pratica del processo sui giornali invece che nelle aule dei tribunali. Chiedono – i pubblici ministeri che svolgono le indagini, non i parassiti che vivono di sfruttamento commerciale del materiale di indagine – di garantire il giusto processo e di impedire che le intercettazioni siano strumento di commercio politico e di profitti editoriali in moneta sonante. Insomma, gli stessi magistrati propongono di vietare fino al processo il giornalismo dei nostri stivali che, pur di vendere copie, nelle praterie delle intercettazioni sceglie fior da fiore e, col metodo del taglia-incolla, pubblica quello che gli fa più comodo per mettere alla gogna e condannare l’indagato di turno. Dunque la notizia è questa: dopo vent’anni di una pratica giornalistica che non esiste da nessuna parte del mondo (se non, forse, in un stato-barcone islamico), alcuni dei più importanti vertici della magistratura inquirente arrivano a chiedere al parlamento ciò che il parlamento avrebbe dovuto fare da anni: cioè un legge da stato di diritto, di rispetto della giustizia e di rispetto delle persone, che non consenta a chicchessia, in nome di un diritto all’informazione interpretato come diritto all’ordalìa, di trasformare il processo in un circo di falsi moralizzatori e di veri pagliacci che pensano soltanto a buttare a mare le persone e agli affari propri, carriere e denari, con grave disdoro per la giustizia e per il lavoro dei magistrati.


Se la notizia è questa, per Liana Milella, stellina del giornale che sulle intercettazioni (specie se antiberlusconiane) ha campato per vent’anni, la notizia è “il bavaglio”. Così ella è piccata, «l’importante, per le toghe, è che nessuno tocchi il potere di intercettare. Se poi la stampa e la gente non sanno perché – piagnucola la stellina – chi se ne importa». E che vuole Repubblica, pure il potere di intercettare in proprio? E perché la gente dovrebbe sapere il “perché” di intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria in chiave di indagine prima che si arrivi agli esiti, giudizio e dibattimento dell’indagine? Dovremmo fare tutti i poliziotti e i carabinieri, intercettarci gli uni con gli altri e poi il supremo giudice Repubblica sentenziare e i giudici, raus, sciò, rassegnatevi a fare i notai?

Ipocrisia, ricordiamolo ancora una volta con la Treccani, è simulazione di virtù e di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole. E infatti, per guadagnarsi la simpatia dei lettori la stellina di Repubblica sostiene che «l’opinione pubblica conoscerà con mesi e mesi di ritardo il contenuto delle inchieste». Non è vero, perché è vero l’esatto contrario. Se finalmente passerà una norma che impedirà la manipolazione e falsificazione delle inchieste giudiziarie basata sulla gogna e sulle intercettazioni scelte fior da fiore, finalmente l’opinione pubblica conoscerà il vero contenuto e il vero risultato delle inchieste, non più la loro caricatura ad uso politico e scandalistico. Se il giornalista di testata ricca e ammanicata, finalmente non potrà più commerciare con i suoi amichetti in tribunale lo spaccio di informazioni tagliuzzate e incollate, drogate e propalate a fini politici e commerciali, per farti la carriera tua di magistrato politicizzato, vendere le copie del tuo giornale politico e fottere la vita altrui, l’informazione corretta (cioè completa, obiettiva, leale e imparziale), avrà solo da guadagnarci. E con essa, naturalmente, avrà da guadagnarci la famosa “opinione pubblica”. Oggi ridotta a tappezzeria di una casamatta di giornalismo in servizio permanente effettivo alla causa di una informazione scorretta. E scorretta perché regredita a baionetta di un giustizialismo da Colonnelli.