I soldi Ue (forse) arriveranno, ma l’Italia non può permettersi di spenderli

Come rivela il Corriere, oltre la metà del Recovery Fund non può essere utilizzata per non aumentare il debito pubblico. Inoltre, il governo non sa come far fruttare le risorse

gualtieri conte

Che il governo giallorosso non avesse le idee chiare sui 209 miliardi che l’Italia dovrebbe ricevere dal Recovery Fund si era già capito (ne abbiamo parlato qui e qui). Quello che però finora non era stato esplicitato è che in ogni caso non possiamo permetterci di usarli. Lo rivela oggi sul Corriere della Sera Federico Fubini, spiegando che cosa impedisce al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di esprimersi in modo deciso sul tema.

BISOGNA DIMINUIRE IL RAPPORTO DEFICIT/PIL

Domenica il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la nota di aggiornamento al Def (documento di economia e finanza). Il governo prevede una flessione del Pil nel 2020 del 9% e un rimbalzo l’anno prossimo del 6%, Covid 19 permettendo. In questo modo il rapporto tra debito pubblico e Pil passerebbe dal 158% del 2020 al 155% del 2021, per poi calare ancora.

Come scrive Fubini, «il debito pubblico italiano oggi è di fatto al punto più alto mai raggiunto dallo Stato unitario, alla pari con il livello toccato alla fine della Grande guerra e nel pieno della febbre spagnola. Per gli anni prossimi poi la nota del governo indica un percorso in discesa del debito, ma a una condizione che non viene esplicitata: la parte di prestiti del Recovery Fund riservata all’Italia, per circa 127 miliardi, non dev’essere assorbita dal governo se non in piccola parte; oppure, se quei soldi sono presi, questa parte di prestiti europei non viene usata per finanziare investimenti in più. Al contrario, questa porzione di finanziamento deve servire principalmente per sostituire con debito verso l’Unione europea il debito verso il mercato che lo Stato italiano avrebbe comunque contratto per finanziare vecchi progetti che esistevano già».

«DAI FONDI UE UN AIUTO, NON LA SVOLTA»

Quello esplicitato da Fubini non è proprio un dettaglio. Con quali soldi dunque dovrebbe il governo italiano finanziare gli oltre 200 progetti messi a punto finora? Al massimo, rivela il Corriere, con gli 82 miliardi di trasferimenti diretti. Che non sono certo briciole, ma non bisogna illudersi che possano arrivare quest’anno o il prossimo:

«Ciò però ha anche alcune implicazioni per l’impatto che il Recovery Fund può avere sulla ripresa in Italia: dopo un crollo del fatturato di 156 miliardi nel 2020, l’anno prossimo dovrebbero affluire da Next Generation EU appena dieci miliardi per investimenti aggiuntivi, l’anno dopo altri quindici miliardi e il resto gradualmente fino al 2026. Sarebbe senz’altro un aiuto, ma non una svolta dopo una caduta dell’economia di quasi il 10%. È ormai chiaro che almeno due fattori spiegano la cautela del ministero dell’Economia nel gestire la quota di prestiti del Recovery Fund. Il primo è naturalmente il peso del debito. L’altro però è nei dubbi che stanno emergendo quanto alla qualità degli investimenti
che l’amministrazione è in grado di sviluppare, una volta superata quota cento miliardi di euro. Lo Stato oggi non solo fatica a spendere i soldi europei; stenta anche a formulare progetti credibili per
somme troppo vaste».

LA CLAUSOLA TEDESCA

Se anche potesse spenderli, dunque, il governo non saprebbe come. Ed è difficile che la nuova task force di commissari di cui oggi parlano i giornali, e che dovrebbe armonizzare i tanti progetti italiani in un unico piano, possa risolvere il problema. Anche perché non è affatto detto che il Recovery Fund vedrà davvero la luce.

Come riporta oggi la Stampa, infatti, la Germania ha posto una clausola all’erogazione dei fondi ai paesi Ue: il rispetto dello Stato di diritto. La mossa tedesca aveva come obiettivo quello di penalizzare Ungheria e Polonia, che si sono infuriati minacciando di far saltare tutto. Ieri rappresentanti dei governi tedesco e italiano si sono incontrati per formulare una mediazione (il blocco verrà applicato solo se le violazioni dello Stato di diritto sono direttamente legate all’uso dei fondi Ue), che però è stata definita «inaccettabile» da Budapest.

«UN RITARDO È SEMPRE PIÙ PROBABILE»

Fiutando la possibilità di far saltare uno dei rari esempi di solidarietà e mutualizzazione del debito all’interno dell’Ue, i paesi del Nord (Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia), che si sono sempre opposti al Recovery Fund, hanno chiesto alla Germania di inserire clausole ancora più dure e irricevibili da parte dell’Ungheria. Risultato? «Il rischio di un ritardo del Recovery Fund “è sempre più probabile”, come hanno lasciato filtrare nelle ultime ore fonti tedesche. I tempi sono strettissimi: senza un’intesa entro metà mese non sarà possibile avere il Next Generation Eu operativo da gennaio. Oggi ci sarà un nuovo confronto tra gli ambasciatori dei 27 per cercare un accordo sulla base della proposta tedesca. Nessuno è però disposto a scommettere sull’intesa: il caso finirà inevitabilmente sul tavolo del Consiglio europeo, che si riunirà domani e venerdì a Bruxelles».

Foto Ansa