Razzista è l’aborto, neri in rivolta contro Planned Parenthood

«Da cinquant’anni siamo presi di mira dall’industria della “salute riproduttiva”». Oltre cento leader di colore denunciano i successori di Margaret Sanger

Qualche settimana fa il megacolosso abortivo Planned Parenthood ha annunciato che avrebbe rimosso il nome della fondatrice Margaret Sanger dalla clinica di Manhattan: l’urgenza era smarcarsi dai suoi «collegamenti deleteri con il movimento eugenetico», fare i conti, in ossequio al Black Lives Matter e alla cancel culture, «con il nostro retaggio e riconoscere il contributo al danno riproduttivo storico all’interno delle comunità di colore», ma allo stesso tempo mettere al riparo il business delle corporation abortiste che a Manhattan e dintorni campa florido sulla pelle dei neri. Il tentativo ipocrita di pagare pegno con una sbianchettatura ha indignato non poco l’Human coalition action capitanata dal reverendo Dean Nelson che in una lettera firmata da oltre cento funzionari, pastori e avvocati ha chiesto senza mezzi termini ad Alexis McGill-Johnson, presidente ad interim di Planned Parenthood, di affrontare «il razzismo sistemico delle pratiche abortive americane» e fare molto di più che rimuovere il nome di Margaret Sanger da una clinica.

«Questo sforzo dimostra l’indignazione tra la comunità nera per il fatto che siamo stati strategicamente e costantemente presi di mira dall’industria dell’aborto sin da quando la pratica è stata legalizzata quasi 50 anni fa» si spiega nella lettera che snocciola numeri e non slogan: il 36 per cento delle interruzioni di gravidanza registrate negli Stati Uniti viene praticato sulle donne nere, donne che rappresentano solo il 13 per cento della popolazione femminile del paese. «Le donne nere hanno cinque volte più probabilità delle donne bianche di abortire. In alcune città, come New York, ogni anno vengono abortiti più bambini neri di quanti ne nascano vivi. Non a caso il 79 per cento delle strutture per l’aborto chirurgico di Planned Parenthood si sorge nei quartieri o vicino alle zone abitate dalle comunità di colore».

DRITTI COME FUMO NEGLI OCCHI E CRITICHE DA SINISTRA

Numeri che hanno ben poco a che vedere con storytelling dell’aborto sinonimo di “salute riproduttiva” e libertà di scelta della donna brandito in un momento in cui si discute appunto di “razzismo sistemico”, cioè di un’uguaglianza formale di fronte a leggi e riconoscimento di diritti che non cambiano lo stato di fatto: gli afroamericani restano comunque schivi e oppressi, i bianchi gli schiavisti oppressori.

Che la retorica sui diritti e la salute riproduttiva che va implementando la nuova favola dell’aborto “safe, legal and accessible to every person who chooses it” c’entri poco o nulla con i diritti e la salute delle donne di colore lo hanno del resto ben dimostrato i Democrats for Life of America (Dfla), che nei giorni delle polemiche intorno alla legge con cui il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo ha legalizzato l’aborto nel terzo trimestre, hanno offerto una documentata critica “da sinistra” che qui riproponiamo ancora una volta:

«Con finanziamenti pubblici illimitati e un tasso di abortività che è il doppio della media nazionale, l’aborto è un grosso affare a New York. La nuova legge voluta dal governatore non darà una risposta all’alto tasso di abortività, né sarà di aiuto alle donne in stato di gravidanza che si sentono spinte o costrette all’interruzione di gravidanza. La legge aiuterà influenti e finanziariamente floride corporation dell’aborto ad aumentare il numero dei loro clienti e i margini di profitto. Il bilancio di New York permette il finanziamento illimitato di interruzioni di gravidanza attraverso il programma Medicaid. Secondo il Dipartimento della Salute di New York, nel 2016 le entrate fiscali dello stato di New York hanno coperto i costi di 40.491 aborti. Il costo medio di un’interruzione di gravidanza è di 450 dollari, che corrisponde a un totale minimo di 18 milioni di dollari di fondi pubblici destinati alla realizzazione di aborti e a ingrassare i profitti delle corporation che li effettuano. Più della metà delle donne che hanno fatto ricorso a questi servizi – il 60 per cento per la precisione – aveva già avuto uno o più aborti in passato, e quasi il 70 per cento di loro apparteneva a minoranze etniche. Un bambino abortito su tre risulta essere afro-americano, e uno su quattro ispanico. La nuova legge sfrutta ulteriormente le donne, particolarmente quelle appartenenti alle minoranze etniche, che risultano sovrarappresentate in queste statistiche».

DALLA LOUSIANA ALLA GEORGIA

Tornando a New York city, tra il 2012 e il 2016 le madri di colore hanno interrotto 136.426 gravidanze e hanno dato alla luce 118.127 bambini. Planned Parenthood ha aperto la maggior parte delle sue cliniche vicino a quartieri e scuole ad alto tasso di immigrazione. A Cherry, Carolina del Nord, le proteste dei residenti hanno chiarito che il megacentro progettato dal colosso degli aborti non era né necessario, né voluto. E un terzo degli elettori democratici neri ritiene che l’aborto debba essere illegale. A Saint Louis la Chiesa pentecostale Church of God in Christ – sette milioni di membri, una delle più grandi denominazioni protestanti cui si riferiscono gli afroamericani – ha approvato all’unanimità una risoluzione per opporsi all’aborto in America. Non di aborto facile a spese della collettività e a vantaggio dei profitti delle corporation (e delle campagne elettorali) avrebbe bisogno la comunità nera, ovviamente, bensì sforzi di politici e finanziari maggiori e diversamente mirati per sottrarla all’emarginazione (causa di tanti aborti) e strumenti di sviluppo. Diversi legislatori e politici neri hanno firmato la lettera, tra i democratici la senatrice della Louisiana Katrina Jackson e il rappresentante dello Stato della Georgia Mack Jackson, tra i repubblicani il rappresentante del Texas James White e il procuratore generale dell’Indiana Curtis Hill, così come noti attivisti pro-vita Benjamin Watson e Alveda King o l’avvocato e stratega politico Justin Giboney.

Avere ignorato le denunce di “razzismo sistemico” interne all’azienda ha portato a giugno allo scandalo McQuade: accusata di trattare in modo ingiusto di dipendenti di colore, impedendo loro di percepire adeguata retribuzione e fare avanzamenti di carriera, Laura McQuade, ceo della filiale di Planned Parenthood a New York city, ha lasciato l’incarico. A luglio il tentativo di rinnegare la fondatrice che predicava la razza pura (ma non il redditizio controllo delle nascite di quelli che lei chiamava «imbecilli») presso la Planned Parenthood of Greater New York, ma silenzio da parte di Planned Parenthood National, hanno spiegato i firmatari della lettera: «Margaret Sanger voleva usare l’aborto e la contraccezione per abbattere le minoranze. Signora Johnson, le sue parole su Black Lives Matter suonano vuote mentre la tua organizzazione perpetua questa eredità razzista».

Foto Ansa