Rapportarsi con l’islam senza infingimenti

Qualche considerazione nei giorni dell’anniversario della firma del “documento di Abu Dhabi”. Dialogo sì, ma all’insegna della chiarezza

La rilettura oggi, a due anni dalla firma (4 febbraio 2019), del controverso “documento di Abu Dhabi” sulla fraternità umana, se messo a confronto con la dichiarazione Nostra Aetate del Vaticano II sul rapporto tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane, restituisce una fotografia se possibile ancora più nitida della situazione di crisi in cui versa il cattolicesimo. Laddove i padri conciliari avevano (giustamente) evidenziato che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini», ciò nondimeno era stato ribadito che la Chiesa «…annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose (4). Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi».

Dunque rispetto, ascolto e dialogo con tutti, ma allo stesso tempo obbligo («è tenuta») dell’annuncio di Cristo quale «via verità e vita». Una prospettiva assai lontana e, anzi, decisamente opposta a quella del documento di Abu Dhabi che invece afferma – oltre a veicolare una visione della fratellanza forse più familiare ad altri contesti (è alquanto indicativo in tal senso che l’Onu, giusto il 4 febbraio scorso, abbia inaugurato la prima Giornata Internazionale della Fratellanza umana) – che «il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani». Ciò che evidentemente contrasta, e non poco, con la più genuina dottrina cattolica circa l’unicità di Cristo quale salvatore dell’umanità. Con tutto ciò che ne consegue a livello pastorale. E senza dimenticare, nello specifico dei rapporti con l’islam, che già san Giovanni Paolo II nell’insuperata e attualissima Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, aveva detto chiaramente che «…è importante un corretto rapporto con l’Islam. Esso, come è più volte emerso in questi anni nella coscienza dei Vescovi europei, “deve essere condotto con prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti, e con fiducia nel progetto di salvezza di Dio nei confronti di tutti i suoi figli”. È necessario, tra l’altro, avere coscienza del notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano. A questo riguardo, è necessario preparare adeguatamente i cristiani che vivono a quotidiano contatto con i musulmani a conoscere in modo obiettivo l’Islam e a sapersi confrontare con esso; tale preparazione deve riguardare, in particolare, i seminaristi, i presbiteri e tutti gli operatori pastorali». 

Ecco un punto su cui riflettere. Wojtyla parla di un rapporto con l’islam che dev’essere “corretto”, condotto con “prudenza”, avendo coscienza del “notevole divario” tra la cultura europea – “che ha profonde radici cristiane” – e il pensiero musulmano, ed improntato ad una conoscenza “obiettiva” dell’islam: viene spontaneo chiedersi se il “documento di Abu Dhabi” rifletta queste preoccupazioni oppure no. 

Ora che la Chiesa italiana si appresta ad iniziare un percorso sinodale (lo stesso stanno facendo in Germania, anche se tecnicamente non è un sinodo, con la differenza – elemento questo forse più rilevante di quanto non appaia e che potrebbe aver aggravato una situazione già di suo ad alto rischio – che in quel caso l’hanno deciso i vescovi locali) è quanto mai opportuno e necessario mettere fin da subito il sinodo venturo sui giusti binari onde evitare ulteriori sbandamenti e derive. Il che vuol dire incanalarlo nel solco del Vaticano II. Beninteso: quello vero, cioè quello dei documenti. Che è e resta, checché ne dicano i suoi detrattori di destra come di sinistra, un evento straordinario in cui lo Spirito ha realmente parlato alla Chiesa suscitando un’azione di rinnovamento nella, non contro né oltre la tradizione – come ebbe a sottolineare Benedetto XVI in un memorabile discorso alla Curia romana il 22 dicembre 2005 – che in parte recepì le istanze di rinnovamento biblico, liturgico e teologico degli anni precedenti, in parte ne suscitò di nuove. E senza dimenticare che in quegli stessi anni lo Spirito che soffiava nella basilica di S. Pietro – sapendo già cosa sarebbe accaduto di lì a poco – era all’opera per suscitare quelle nuove realtà ecclesiali (movimenti e nuove comunità laicali) dove molte delle istanze del Concilio trovarono attuazione, e che ebbero la missione di puntellare la chiesa quando arrivò la tempesta.

È vero, durante e dopo il Vaticano II ci furono sbandamenti, eccessi ed errori. Ma ciò non accadde a causa del Concilio – come erroneamente sostengono i tradizionalisti – bensì nonostante il Concilio e sulla base di una precisa lettura del Vaticano II, che ebbe nella Scuola di Bologna un punto di riferimento, che lo ha interpretato a mo’ di cesura col passato e l’inizio di una nuova era. Col risultato che che più d’uno si sentì autorizzato a vivere e pensare la Chiesa come se il Concilio fosse l’anno zero, in nome del quale si potevano (e forse si dovevano) mutuare acriticamente categorie e forme della modernità per aprirsi al mondo e stare finalmente al passo con i tempi. Ed è così che nacque il “Vaticano secondo… me, secondo te, secondo noi”.

I risultati li conosciamo bene e non stiamo qui ad elencarli. Ma un conto è denunciare gli errori, altro è buttare il bambino con l’acqua sporca, come fanno i nostalgici dei (presunti) bei tempi andati, convinti che sia sufficiente riportare le lancette dell’orologio alla Chiesa pre-conciliare affinché l’uomo contemporaneo, sazio e disperato (copyright card. Biffi), possa innamorarsi di Cristo con la messa tridentina, il catechismo di S. Pio X, una pastorale sacramentale che presuppone una fede che spesso non c’è più, e tutto l’armamentario delle pratiche di pietà e di una morale casuistica lontana anni luce dalla sensibilità contemporanea. O chi, partendo da una prospettiva opposta, vagheggia addirittura un Vaticano III. Ma soprattutto è necessario che la Chiesa italiana (e non solo) riscopra e riprenda le fila del Vaticano II nella sua interezza evitando – tutti, nessuno escluso – letture “sartoriali” oggi come ieri connotate dal solito odore di tappo e da un retrogusto fortemente ideologico. 

Per rispondere alle sfide attuali e future la Chiesa ha già dove attingere, senza bisogno di inventarsi nulla ed anzi rifuggendo la tentazione, sempre alle porte, di cercare improbabili mediazioni o soluzioni pastorali che rischiano di confondere ciò che è il bene per le persone con quello che gli individui pensano essere il bene per se stessi o, ancora peggio, con ciò che l’opinione pubblica chiede (come è accaduto, ad esempio, per la comunione ai divorziati risposati la cui situazione, pur rappresentando numericamente un’esigua minoranza dei cattolici praticanti – l’1% appena, disse il card. Brandmüller in un’intervista a Repubblica – è stata surrettiziamente enfatizzata dal partito di quanti, dentro e fuori la Chiesa, premevano perché ci fosse un’apertura essendo questo, e solo questo, l’obiettivo).

In ogni generazione servono pastori che sappiano guidare il popolo non dove il popolo vuole andare né tanto meno dove vuole lui ma dove Dio vuole. Nella consapevolezza che tanto grave è la malattia, tanto più forte e incisiva dev’essere la cura. La crisi di fede – che questo è il problema da cui tutto il resto scaturisce – di cui oggi vediamo le conseguenze non è frutto del caso ma affonda le sue radici in un ben preciso processo culturale che partendo da Cartesio e culminando in Nietzsche ha progressivamente prodotto quella che il più grande filosofo cattolico italiano del ‘900, Augusto Del Noce, definì la “società opulenta” – caratterizzata da secolarizzazione, libertinismo di massa e relativismo integrale. Parliamo di un processo che nella seconda metà del XX secolo, soprattutto dal ’68 in poi, ha condotto all’affermarsi, complice anche il crollo delle ideologie politiche, di un’antropologia compiutamente nichilista e tecnocratica, come conseguenza del fallimento della cultura – ma anche della politica, in primis della ex Dc – che aveva tentato di opporsi al marxismo conservandone l’aspetto materialistico, ed anzi opponendo ad esso un materialismo compiuto.

Tratto saliente di questo uomo post moderno, tollerante, amante dell’umanità, disincantato e indifferente al fatto religioso – magistralmente affrescato in epoca non sospetta nelle opere di R. H. Benson e V. Solovev – è la sua visione radicalmente ego-centrica della vita. «All’ascesa a Dio – scriveva Del Noce già nel 1967 – si sostituisce l’idea della conquista del mondo, ovvero l’affermazione del diritto che il singolo soggetto ha sul mondo. Diritto che non ha limiti, perché, chiamato al mondo senza il suo volere, egli sente di aver diritto, quasi a compenso di questa chiamata, a una soddisfazione infinita nel mondo stesso». 

Chiaro che in tale situazione non servono pannicelli caldi, e non c’è altra via che provare a riaccendere la fiamma della fede nel cuore degli uomini. Ciò che serve è tornare ad annunciare il Vangelo; con un linguaggio nuovo, più esistenziale, meno astratto e moralistico, ma lo stesso Vangelo di sempre, ovvero quelle poche parole racchiuse in quei quattro libriccini scritti da Marco, Matteo, Luca e Giovanni. È vero, i tempi cambiano e la Chiesa deve stare al passo con i tempi. A patto però che questo non significhi adeguarsi allo spirito del tempo, né tanto meno alle mode o alle tendenze del momento. E avendo ben presente che il fine ultimo della missione della Chiesa è la salvezza del mondo, non di farsi ben volere da esso. 

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