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Questa campagna elettorale è una bomba

ottobre 6, 1999 Micalessin Gian

Cartolina da Mosca

“Continueremo fino a quando non avremo liquidato l’ultimo di quei banditi”. Parole del ministro della difesa russo Igor Sergeyev. Parole che dopo vari giorni di bombardamenti, un numero sconosciuto di vittime civili e nuove distruzioni non suonano incoraggianti per il futuro della Cecenia. Ma veramente il Cremlino intende andare incontro ad una replica di quel conflitto che, tra la fine del ’94 e il ’96, costò la vita di migliaia di soldati russi senza riuscire a spegnere le velleità indipendentiste di questa repubblica del Caucaso? Senza dubbio gran parte dell’aria interventista che si respira negli uffici del potere moscovita è inquinata dall’avvicinarsi delle elezioni politiche di fine anno. La Cecenia è di fatto uno dei terreni di scontro su cui si gioca la successione a Eltsin. Fino ad oggi nessuna prova concreta è emersa sul coinvolgimento dei gruppi islamici ceceni o daghestani nei misteriosi attentati ai palazzi che tra agosto e settembre sono costati la morte di centinaia di persone. Nondimeno questi attentati sono bastati a convincere, grazie anche alla secolare ostilità, l’opinione pubblica sulla necessità di farla finita con Grozny. Ben pochi a Mosca oggi osano mettere in dubbio la necessità di quella guerra. Del resto il popolo russo ha sempre amato gli uomini forti. Presentarsi alle elezioni magnificando il guanto di velluto anziché il pugno di ferro contro un nemico dichiarato equivarrebbe a giocarsi gran parte dei favori. E anche l’esercito sente il bisogno di una nuova marcia su Grozny. Umiliata, messa da parte, priva di fondi la vecchia Armata Rossa è alla ricerca disperata di un nuovo ruolo da giocare. L’invio di truppe di terra resta comunque un rischio non da poco. Sicuramente i bombardamenti non sono finora riusciti ad infliggere gravi perdite alla guerriglia islamica e al suo imprendibile leader Shamil Basaiev abituata da anni a sfuggire ai raid aerei. Le bombe dell’aviazione russa hanno invece sicuramente raggiunto un altro scopo: compattare le diverse fazioni cecene. Fino a qualche giorno fa Shamil Basaiev e il presidente ceceno Aslan Maskhadov apparivano come due irriducibili avversari. Oggi i due sono sicuramente disposti a mettere da parte le divergenze per riprendere la lotta contro il comune nemico russo. Dietro a loro hanno le uniche risorse che non mancano a questa piccola e disordinata repubblica caucasica: migliaia di armi e altrettante migliaia di giovani disposti a sacrificarsi in nome dell’onore nazionale.

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