Quello che il Corriere non dice su Brie Harrison, la trans che ha creato i 56 “custom gender” di Facebook

Il ritratto della programmatrice scritto da quotidiano di via Solferino e quello che Brie stessa rivela di sé sull’Huffington Post. Differenze e omissioni

Si chiama Brie Harrison la persona che ha determinato la svolta Lgbt-friendly di Facebook negli Stati Uniti. Scrive il Corriere della Sera che «Brie è stata il volto (e una delle menti) delle nuove “opzioni per il genere” del sito»: grazie a lei il social network ha «aggiunto ai profili dei suoi utenti più di 50 modi per definirsi, oltre ai tradizionali “uomo” e “donna”, e tre pronomi con cui si può venire indicati: “lei”, “lui”, “loro” (quest’ultimo per chi rifiuta di riconoscersi come maschio o femmina)». In virtù di questa svolta, «ognuno dei 159 milioni di utenti americani», ma «per adesso soltanto loro», nota con una punta di amarezza il Corriere, «potrà scegliere quello che lo descrive meglio». Tanto è vero che la stessa Harrison «ha cambiato l’indicazione sulla sua pagina da “donna” a “donna trans”».

«NATA UOMO». «Nata uomo», racconta il quotidiano di via Solferino, Brie «fino a marzo si chiamava Gabriel e, come mostrano le foto con la bella moglie Yuki, metteva in mostra un taglio a spazzola e un’ombra di baffi sul viso». Programmatrice autodidatta e molto abile, ha avuto dall’azienda fondata da Mark Zuckerberg «un ruolo riservato di solito agli ingegneri informatici». «In questa azienda ho ricevuto così tanto sostegno che è al contempo toccante ed entusiasmante», ha scritto il 13 febbraio sull’Huffington Post Gay Voices. «Ma soprattutto mi è stata data l’opportunità di fare qualcosa per gli altri e di aiutare a evitare che persone come me soffrano in silenzio per la maggior parte della loro esistenza». Chiosa il Corriere: «Le nuove definizioni per il genere (da “fluido”, a transgender, a intersex – cioè chi ha le caratteristiche biologiche di entrambi i sessi) ne sono il risultato più grande».

facebook-gender-opzioniOPZIONI SU MISURA. Le tantissime opzioni di “custom gender”, genere su misura, come le ha definite Brie Harrison nel suo articolo, sono frutto della consulenza di associazioni gay, lesbiche e trans, e se «per un sacco di gente non significheranno niente», tuttavia «per i pochi che ne sono toccati personalmente, vogliono dire tutto», ha spiegato la programmatrice, ancora ignara allora che perfino le 56 fantasiose indicazioni di genere offerte da Facebook sarebbero state tacciate di «discriminazione».

VERSIONE BETA. Sempre riprendendo l’articolo di Brie apparso sull’Huffington Post, il Corriere racconta così la storia della trans:
«”Sapevo di essere diversa fin dalla più tenera età”, ha ammesso, “ma non c’era nessuno con cui mi potessi confidare o che mi aiutasse a capire me stessa”. Neppure i suoi genitori, nonostante l’amore e le cure che le dimostravano: “Non era una cosa di cui sarebbero mai stati pronti a parlare”. Brie aveva paura: “Ho sempre temuto che non sarebbero più potuti essere fieri di me se avessero saputo chi ero veramente”». Conclusione: «Oggi finalmente sul suo profilo Facebook, visibile unicamente agli “amici”, c’è quella nuova casella: “Donna trans”. Solo l’età, da vera signora, è nascosta».

VERSIONE ALFA. Ed ecco i passaggi dell’articolo citato da Corriere così come sono stati pubblicati dall’Huffington Post (nostra traduzione):
«I miei genitori erano appena ventenni quando hanno scoperto che ero in arrivo, e hanno divorziato prima che io finissi la terza elementare. Crescendo, mio fratello e io venivamo sballottati avanti e indietro tra loro due tanto che io ho avevo già traslocato più di 40 volte prima di compiere 15 anni. Nonostante l’amore e l’attenzione che i miei genitori e i loro eventuali consorti mi offrivano, ho sempre temuto che non sarebbero stati più fieri di me se avessero scoperto chi sono veramente».
«(…) Sapevo di essere diversa fina dalla più tenera età, ma ci trasferivamo così spesso che non avevo nessuno in cui confidare o che mi aiutasse a capire me stessa. L’unico contatto stabile nella mia vita erano i miei genitori, e per quanto loro mi amassero, questa non era una cosa di cui sarebbero mai stati pronti a parlare. Non fraintendetemi, avevo degli amici e ad alcuni di loro sono anche riuscita a parlare, ma non sapevano come aiutarmi in questa cosa. Loro la accettavano con discrezione ma non siamo mai entrati davvero nei dettagli. Solo quando è morto mio padre che ho capito che era venuto il momento di superare le mie paure e vivere la mia vita. Sebbene tecnicamente io abbia iniziato la mia transizione negli ultimi nove mesi, mi ci è voluta un’intera esistenza per arrivarci».