Quanta sospetta “neutralità” sulle sciabolate evangeliche dei nostri uomini all’Avana

Dice bene Galli della Loggia: in Italia non esiste spazio per un paragone sereno sui temi che preoccupano Francesco e Kirill; neppure a Sanremo è ammesso uscire dal mainstream

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Anticipiamo un articolo tratto dal numero di Tempi in edicola da giovedì 18 febbraio (vai alla pagina degli abbonamenti) – L’incontro tra il Papa di Roma e il Patriarca di Mosca ha riempito il cuore russo di Boris di gioia zampillante. Il documento firmato da Francesco e Kirill è fantastico. Non ecumenismo sovratemporale, ma giudizio sulla storia in forza del mandato ricevuto da Cristo. È stato don Giussani, in un celebre intervento a Bassano del Grappa, a stabilire l’identità tra cultura ed ecumenismo. Il cristianesimo è un avvenimento, ed è meta-culturale, cioè sta prima di ogni cultura, ma non può darsi nel tempo senza assumere e dar forma a una cultura.

E quel documento dei nostri due uomini all’Avana dice cose formidabili.

Siccome Boris è passionale e forse romantico non riesce a separare neanche con il laser verità e misericordia, come non riesce a privilegiare gli occhi dell’amata rispetto alla bocca o alla voce o al carattere o alla mente. La persona dell’Amata, della Donna leopardiana, di Cristo è una. Sono espressioni dell’io unico, di un nome unico. Così Cristo Logos-Amore secondo la definizione di Benedetto XVI a Regensburg (12 settembre 2006).

Che succede?

In quel documento ci sono colpi di spada evangelici.

1: «Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica».

2: E aggiungono, dopo aver denunciato aborto ed eutanasia come mali gravissimi che gridano a Dio: «Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio».

Che cosa è successo? Che i commentatori, gli uomini di cultura, gli intellettuali sono tutti intervenuti festanti sull’incontro a Cuba tra i leader delle due Chiese (il Capo è uno solo, e parrebbe essere il Figlio di Dio), ma hanno evitato di commentare questi passi. Anzi hanno insistito nel dire che esistono due Chiese cattoliche: una italiana, retrograda, senza misericordia, incarnata da Bagnasco e Ruini, con un’idea medievale della vita e della famiglia; l’altra aperta, aliena da conflitti su organizzazioni sociali, protesa a giustificare e a benedire qualunque diritto individuale fiorisca, e sarebbe quella di Francesco, con al seguito Galantino e Forte.

C’è un problema nella cultura italiana, lo ha bene messo in mostra Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera: non esiste nessuno spazio per paragonarsi serenamente su temi così gravi; neppure a Sanremo, in ambito nazional-popolare è ammesso uscire dal mainstream, per rendere ragione di quanto in fondo pensa la maggioranza degli italiani sulle adozioni gay e gli uteri in affitto. A dire il vero proprio il Corriere aveva lasciato spazio a un’importante lettera di Julián Carrón. Chiedeva di andare oltre l’ovvio e le petizioni di principio, per domandarsi che cosa risponda al bisogno più profondo della persona, qualunque siano le sue aderenze culturali, politiche e persino le preferenze sessuali. Lo stesso Corriere ha poi tradotto questa gentile e tremenda sfida di Carrón, che ha riproposto il “caso serio” della vita, falsificandolo in una specie di neutralità apollinea riguardo ai temi proposti all’Avana dal Vescovo di Roma e dal Patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

Ricordo che sul Sabato nel 1987 riproponemmo con forza un tema analogo. Quando don Giussani, nel febbraio, propose alla politica di paragonarsi con la sua origine: il senso religioso e il radunarsi degli uomini spinti da questa domanda inesausta. E la risposta dei maggiorenti (tranne Craxi, Andeotti e Cossiga) fu come quella dedicata a Paolo all’Aeropago da buona parte dei sapienti ateniesi: «Di questo ci parlerai un’altra volta».

Siamo qui un’altra volta, e un’altra volta ancora, e ancora un’altra, fino alla fine dei tempi o fino a quando, dice Boris, ci taglieranno la testa a tutti.

Foto Ansa


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