Quando Andreotti inaugurava campetti da calcio nel cuore delle Dolomiti

Avvistare Andreotti sorridente a mille chilometri dal suo seggio d’elezione provocò nel villeggiante un gesto d’involontaria riverenza

Il villeggiante guardava stranito le cucine della sagra paesana. Non fu che un istante, per rimirarle tutte bastava un’occhiata: una griglia da due spanne e una cagliera per la polenta neanche troppo capiente; ciò che lo lasciava esterrefatto è che giacevano inattive e abbandonate.

«Ma come – si chiedeva borbottando tra sé e sé – stasera, l’ultima nonché unica sera di festa mi lasciano anche digiuno?»

«Abbiamo finito le provviste oggi a mezzogiorno – gli rispose spiccia la signora con la traversa che stava a braccia conserte dietro il tavolone e che, nel mugugno del turista, aveva letto l’insofferenza di schiere di nipoti alla sua cucina – oggi a pranzo è venuto il mondo, si son mangiati anche la cena».

Al povero villeggiante non rimaneva che la pizzeria a valle del borghetto per sperare di mettere insieme un pasto che fosse degno della festa e così ci si diresse a passo svelto.
Aperse la porta d’ingresso e lì ad accoglierlo trovò qualcuno che mai si sarebbe atteso: non il cameriere sorridente, ma una fotografia incorniciata messa in bella mostra sopra il registratore di cassa.

Una tavolata di uomini eleganti, austeri, nella quale riconobbe subito, proprio accanto a quello con la fascia tricolore, il sorriso a labbra serrate del Presidente.

Giulio Andreotti è stato così tante volte presidente, deputato e ministro che non è dato a sapersi che ruolo ricoprisse ai tempi di quell’istantanea ma lui era lì, seduto al centro del consiglio comunale, sorridente come allora. Inaugurazione del campo sportivo, recitava la didascalia scritta a bella grafia sotto alla foto.

Qui, nel cuore delle Dolomiti e nel più piccolo dei comuni, Giulio Andreotti venne ad inaugurare un campetto da calcio e prese parte ad un’assemblea sullo stato del paesello. Oggi che da Venezia pigliano l’elicottero per vedere com’è il tempo a Mestre, avvistare Andreotti sorridente a mille chilometri dal suo seggio d’elezione provocò nel villeggiante un gesto d’involontaria riverenza che lo portò a togliersi il cappello.

Al termine della serata, tutto il paese si radunò nel giardino della scuola. Un clima d’attesa regnava sovrano ed i bambini del paese si misero a sedere sul praticello con lo sguardo al cielo stellato.

Il rumore delle loro chiacchiere avrebbe fatto pensare che la più numerosa delle scolaresche avesse invaso il cortiletto, ma in realtà non erano che una dozzina con in corpo solo la voglia di far baccano di duecento.

Venne l’ora fatidica e parve che qualcuno avesse pigiato l’interruttore di tutto il paesello perché d’improvviso si fece notte: si spensero i lampioni, le insegne e tacque anche la caciara dei bambini.

Poi uno scoppio, un altro ed un altro ancora. Dalla chiesetta di Santa Barbara, in cima al villaggio, una raffica di fuochi d’artificio dietro l’altra illuminavano il cielo e i bambini non perdevano l’occasione di rimarcare ogni botto con un «ooooh!» a pieni polmoni.

Lo spettacolo durò una mezzora buona e al villeggiante non parve vero d’esser finito in quella bolgia di luci e di stupore al punto che quando vide che qualcuno aveva riacceso tutte le luci, si unì al coro di scontento dei bimbi.

«Non avremmo mai potuto permetterci uno spettacolo simile – sentenziò il Sindaco ad un gruppetto di paesani che gli s’era fatto intorno – è stato un nostro concittadino emigrato tanti anni fa in Svizzera ad avercelo regalato, per festeggiare il suo ritorno in paese».

Il villeggiante era sconvolto, nella sua cittadina di pianura queste cose non accadevano da decenni: i bambini incantati a guardare i fuochi d’artificio, gli emigranti di ritorno e pure quel pizzaiolo con la sua foto di Andreotti sopra la cassa erano orpelli che il progresso non ammetteva più da un secolo.

I tempi moderni hanno un linguaggio più spiccio: i politici oggi s’ingozzano e sbagliano congiuntivi, non fanno mille chilometri per un campo sportivo e sapere come se la cava una comunità isolata quattro mesi all’anno.

«Oggi la gente passa il tempo a dirsi che ci vorrebbe qualcuno di forte, autoritario per rimettere la barra dritta ad un popolo abbruttito e dimentico di sé stesso – borbottò ancora tra sé il villeggiante mentre, giratosi sui tacchi, ritornava alla macchina parcheggiata proprio di fronte all’ufficio postale – quassù la modernità arriva dopo e quello che in pianura sembra ineluttabile si perde al secondo tornante. L’uomo giusto di qui è già passato e se ne sono accorti, prima o dopo ne verrà un altro che si metterà in ascolto della comunità e il pizzaiolo aggiungerà un’altra foto alla parete ma nel frattempo tocca sperare che imparino i congiuntivi e la smettano di ingozzarsi, altrimenti si finirà tutti a digiunare per davvero».

Foto Ansa