Quali sono i manager più ricercati dalle nostre Pmi affamate di innovazione

I profili professionali richiesti dalle aziende italiane che vogliono adeguarsi ai cambiamenti tecnologici e del mercato. In ascesa il dirigente temporaneo

Le aziende che hanno tenuto il passo dell’innovazione in questi periodi turbolenti sono quelle che hanno puntato sia su nuove figure professionali che sulla formazione. Il manager più ricercato dalle Pmi negli ultimi tempi è l’export manager (lo cerca un’azienda su tre), un ruolo che sta riscuotendo notevole successo soprattutto negli ultimi mesi, grazie ai bandi del ministero per lo Sviluppo economico a chiusura dei voucher per l’internalizzazione.

Altre aziende (il 24 per cento del totale) considerano indispensabile l’innovation manager, figura professionale fondamentale nell’esaminare e controllare tutte le attività del business aziendale, prevedendo quali abbiano bisogno di un sostegno in tema d’innovazione.

IL MANAGER “A PROGETTO”

Recentemente è comparso poi il temporary manager (interessante per il 22 per cento delle Pmi), una posizione lavorativa impiegata in azienda per brevi periodi, all’incirca dai 4 ai 9 mesi, per affiancare i dirigenti in un processo di riorganizzazione, coordinamento e ridefinizione delle strategie aziendali, come i passaggi di proprietà o di generazione, il lancio di un nuovo prodotto o di una nuova linea di produzione o l’apertura verso nuovi mercati.

Per il 16 per cento delle Pmi, invece, il manager di rete è diventato fondamentale nell’agevolare i processi di sviluppo e la creazione di reti di imprese. La novità è rappresentata però, come accennato, dal temporary manager che può ricoprire svariate funzioni all’interno dell’azienda: può occuparsi di un’operazione particolare legata all’import/export aziendale, trattare il miglioramento dei processi aziendali e il contenimento dei costi operativi; può rappresentare per esempio un esperto del processo di quotazione in borsa e dirigere l’area finanziaria, qualora un’impresa voglia quotarsi in un mercato secondario. Il requisito fondamentale di questo dirigente è però la conoscenza analitica e dettagliata delle tecnologie, circostanza che gli consente di essere impiegato dall’impresa per riconoscere quelle all’avanguardia e più conformi con l’impresa stessa.

LA CHIAVE DELLA FORMAZIONE

Le stesse aziende però non possono rinunciare al loro patrimonio fatto di storia, tradizione e know-how. Occorre percorrere un sentiero comune che permetta di lanciare brevetti e prodotti all’avanguardia che consentano, anche alle imprese più piccole, di fare il salto di qualità e di diventare attori del cambiamento nel modo di fare impresa. Decisamente importante, per il successo delle nostre Pmi, è la formazione programmata dalla stessa azienda per i suoi dipendenti.

La formazione è uno dei maggiori driver che un’azienda ha per rimanere competitiva in un contesto segnato dalla crisi e da cambiamenti continui. Una maggiore flessibilità professionale dei propri dipendenti si può ottenere solo attraverso lo sviluppo e il potenziamento delle risorse umane. La formazione consente all’organizzazione di diffondere il piano strategico e di motivare i dipendenti a svolgere nel miglior modo possibile i loro compiti tenendo ben presente gli obiettivi da raggiungere. Il 70 per cento delle nostre imprese ha investito in attività formative per il personale della propria azienda, mentre il 57 per cento ha bisogno di figure manageriali di spiccata professionalità, come quelle che abbiamo appena analizzato.

D’altra parte la congiuntura economica, caratterizzata da una crisi di sistema, da una forte globalizzazione e da cambiamenti radicali, richiede alle Pmi una forte vocazione al cambiamento, costringendo le aziende stesse ad adeguarsi velocemente a un contesto sempre più concorrenziale attraverso processi d’innovazione e internazionalizzazione indispensabili. L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di piccole e medie imprese: sono ben 4 milioni e rappresentano ben il 95 per cento di quelle in attività.

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