Il Deserto dei Tartari

Psicoanalisi (politica) del complottismo

Di Rodolfo Casadei
23 Novembre 2024
Cosa sono davvero le fake news, le improbabili teorie cospirative e le bufale antisistema che inondano i social e che i leader populisti alla Trump capitalizzano? Ecco una ipotesi di risposta che ha a che fare con l’inconscio
Occhio della Provvidenza sulla banconota da 1 dollaro
Foto Depositphotos

Le menti migliori della nostra epoca si interrogano e si arrovellano intorno al complottismo divenuto al giorno d’oggi pensiero dominante. Ormai anche dai progressisti, autoproclamati baluardi della razionalità e del “debunking” delle mistificazioni che si affollano nella Rete, arrivano bufale come quella sul risultato delle elezioni presidenziali americane manipolate a vantaggio di Donald Trump dalla rete satellitare Starlink di Elon Musk, che avrebbe hackerato i computer che contavano i voti. Deriva non meno inquietante di quella che ha visto quasi 77 milioni di persone votare senza battere ciglio un signore che pochi giorni prima aveva rilanciato la leggenda metropolitana secondo cui gli immigrati clandestini haitiani mangiavano gli animali domestici dei residenti di Springfield. La marea appare inarrestabile. Ma cosa la provoca, da dove trae la sua origine?

I demoni della mente

Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente (libro che Tempi ha recensito qui) traccia la genealogia filosofica del fenomeno nel percorso che va dal mito della caverna di Platone al tema dominante delle poesie di Eugenio Montale: la realtà che vediamo non è la vera realtà, dietro o sopra c’è una verità che non siamo in grado di cogliere, o forse semplicemente la realtà non esiste ed esistono solo le nostre impressioni. Nella sua recensione del libro di Ferraresi sul Foglio Sergio Berardinelli aggiunge opportunamente al quadro il fil rouge rappresentato dallo gnosticismo, che dall’antichità attraversa tutte le epoche in varie forme per dirci che la vera realtà la conoscono solo gli eletti, solo gli iniziati.

Sommessamente aggiungerei la mia pietruzza all’edificio dei due autori suddetti facendo notare che forse per completarlo bisogna attingere al Nietzsche dei Frammenti postumi, lui che è il vero padre della post-modernità e del suo relativismo:

«Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: “Ci sono soltanto fatti”, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo costatare nessun atto “in sé”; è forse un’assurdità volere qualcosa del genere. “Tutto è soggettivo”, dite voi; ma già questa è un’interpretazione. Il “soggetto” non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo».

La chiave psico-politica

L’interpretazione che del complottismo dà Ferraresi (e alla quale aderisce la maggior parte dei suoi recensori) ha una base etico-filosofica, come si evince dalla conclusione del libro, dove vengono rivolti alcuni appelli di ordine morale all’universo umano: ridate centralità all’oggetto, lasciatelo parlare, allargate l’area della ragione coinvolgendo gli affetti piuttosto che le emozioni, scommettete sull’esistenza della realtà.

Non è l’unica. Molto gettonata è anche un’interpretazione più marcatamente politica, ovvero psico-politica. Lunedì su Libération è apparsa un’intervista a Naomi Klein, icona della sinistra altermondialista, che anziché lanciare l’anatema contro gli adepti delle fake news che favorirebbero l’ascesa dei partiti populisti riconosce la legittimità politica del complottismo, perché

«le persone sentono profondamente che il sistema è contro di loro. Sentono parlare del World Economic Forum di Davos, di una bella montagna in Svizzera dove le persone si incontrano per prendere grandi decisioni, e iniziano a immaginare qualcosa che non è proprio nell’ordine della realtà. La loro diagnosi è sbagliata. Ma il loro sentimento è giustificato».

Contemporaneamente su un altro giornale francese, l’Opinion, Raphaël Llorca interpretava gli eccessi di Donald Trump come una sorta di «placebo politico»: un discorso che non parla della realtà ma è in sintonia col sentimento di chi ascolta, perciò dà un effetto di senso, un’illusione di certezza, che alla fine contribuisce alla comprensione del mondo, a una guarigione. Proprio come il placebo di Nathan Hill nel romanzo Wellness, e come nella realtà accade non di rado con le malattie psicosomatiche.

E psico-politica è anche la spiegazione delle elezioni americane che il filosofo François Noudelman dà nell’intervista rilasciata a Philosophie Magazine: i simpatizzanti di Trump sanno bene che non è vero che gli haitiani mangiano i cani o che un bambino maschio che va in certe scuole pubbliche torna a casa femmina la sera:

«È una finzione deliberata, concepita come un modo per attirare l’attenzione su cose che si suppone siano vere: il distacco tra l’élite liberal e un popolo allo sbando».

Lo scontro tra populisti ed elitisti

Personalmente ho sempre creduto che il complottismo nasca dall’incapacità degli esseri umani di spiegare grandi cambiamenti oppure anche fatti sociali costanti che li penalizzano o li fanno sentire in colpa. Se non hai gli strumenti critici per capire che la Rivoluzione francese nasce dall’approfondirsi delle diseguaglianze sociali e dall’esclusione dal potere della classe in ascesa della borghesia, o che gli ebrei appaiono sovrarappresentati nelle professioni liberali, nella scienza, nelle cattedre universitarie perché una minoranza esclusa dall’amministrazione pubblica e dal potere politico si concentra negli studi e nella formazione come uniche strade attraverso le quali può aspirare all’ascesa sociale, penserai che l’una e l’altra cosa siano il risultato di complotti di forze oscure, di trame massoniche, di misteriose cospirazioni.

Tanto più penserai questo se sei un aristocratico o un esponente dell’alto clero che ha perso i suoi privilegi a causa del voto dell’Assemblea nazionale o se sei un cliente che ha debiti con un professionista ebreo o un candidato alla facoltà di Medicina a numero chiuso che non ce l’ha fatta ad entrare.

Però per quanto riguarda la situazione contemporanea mi avventurerei anch’io in spiegazioni psico-politiche. Il complottismo odierno, le fake news e tutto il resto mi sembrano la reazione uguale e contraria delle classi svantaggiate alla faziosità dell’informazione mainstream, percepita sempre più come asservita agli interessi e alla visione del mondo delle élite. Nello stesso momento in cui una maggioranza votava per dare la presidenza a Donald Trump, la sfiducia degli americani nei confronti della grande stampa e delle tv toccava (secondo un sondaggio dell’accreditata Gallup) il suo massimo storico: solo il 31 per cento ha fiducia nei media; nel 1972 erano il 68 per cento.

Scrive Emmanuel Todd in La sconfitta dell’Occidente:

«Secondo i sondaggi d’opinione, il politico e il giornalista sono le due professioni meno rispettate nella maggior parte delle democrazie occidentali, mentre si va diffondendo il complottismo, una patologia propria di un sistema sociale strutturato dal binomio elitismo/populismo, nonché dalla sfiducia sociale. […] Il popolo deve essere tenuto fuori dalla gestione economica e dalla distribuzione della ricchezza; in sostanza, deve essere ingannato».

Fake news e complotti vs falsità e inganno

A ciò si aggiunga che media, establishment politico, intellettuali e mondo dello spettacolo impongono costantemente al popolo di ammettere come vere cose che sono palesemente false: che due donne o due uomini possono diventare genitori di figli, che un uomo può diventare donna e una donna può diventare uomo, che un corpo sano può essere un corpo sbagliato e un corpo mutilato può essere un corpo giusto.

Cosa sono allora le fake news, gli improbabili complotti, la demonizzazione delle élite, le bufale antisistema propagate incessantemente attraverso i social, martellate su tutte le piattaforme fino a tracimare sui media ufficiali? Sono un’insurrezione democratica condotta con le stesse armi del nemico: la falsità e l’inganno. E tutto questo non avviene sulla base di un progetto politico lucidamente concepito, di un intenzionale programma di opposizione, ma spontaneamente, inconsapevolmente, involontariamente, per un meccanismo psicanalitico che ha a che fare con l’inconscio.

Certo, qualcuno alla fine, come Donald Trump, capitalizza il fenomeno. Ma non è lui a produrlo o a guidarlo, né lo producono e lo guidano i leader populisti in giro per il mondo. È la conseguenza degli squilibri sociali, economici, culturali, antropologici prodotti dalla globalizzazione neocapitalista e dalle ideologie di copertura (gender, woke, identity politics, cancel culture, eccetera) con cui avanza e cerca di assorbire tutto. I progressisti non lo hanno ancora capito, credono che sia un complotto, come Maria Antonietta non capiva la Rivoluzione francese.

@RodolfoCasadei

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