Profughi. L’accordo tra Europa e Turchia non solo è imbarazzante ma «sta andando male»

Il sistema di rimpatri non funziona e le condizioni da realizzare sembrano impossibili. Intanto Erdogan pretende di darci lezioni sulla libertà di espressione

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A due settimane dall’avvio, l’intesa sui migranti tra Turchia ed Unione Europea non sta funzionando. Così, oltre al danno di aver raggiunto un accordo capestro con uno dei presidenti più autoritari che si trovino in circolazione, Recep Tayyip Erdogan, si aggiunge la beffa dei rimpatri ancora in alto mare.

«NON FUNZIONA». Una fonte di peso della Commissione Ue è stata lapidaria con la Stampa: «L’accordo con i turchi sta andando male». Si effettuano solo 70 ripartenze verso la Turchia al giorno, su migliaia e migliaia di profughi in attesa, i greci non hanno ancora riconosciuto la Turchia come “paese sicuro” per i rimpatri, i turchi non hanno varato le misure per tutelare i migranti e la redistribuzione di questi dentro l’Unione Europea è ferma al palo. Gli arrivi via mare inoltre non si sono ancora fermati, nonostante le speranze europee: domenica, per intenderci, 1.667 persone sono approdate sulle coste greche e solo 70 sono tornate in Turchia. Lunedì è andata meglio, ma gli arrivi sono stati comunque più del doppio dei rimpatri (e c’era maltempo).

L’ACCORDO. In base all’accordo raggiunto il 18 marzo, in cambio di 6 miliardi di euro, Ankara si riprenderà tutti i rifugiati attualmente nei campi profughi greci a partire da domenica 20 marzo. Per ogni rifugiato siriano che ha diritto a ricevere asilo respinto in Turchia, ne verrà inviato uno in Europa fino a un massimo di 72 mila unità. Verranno anche velocizzate le trattative per l’entrata della Turchia nell’Ue, mentre ai cittadini turchi da giugno sarà dato accesso ai visti Schengen.

NODI DA SCIOGLIERE. La Turchia deve ancora varare una legge sulla garanzia della protezione ai siriani e il sospetto è che Erdogan non lo farà fino a quando non saranno liberalizzati i visti Schengen, condizione che non può verificarsi fino a quando Ankara non si metterà in regola su ben 35 criteri. Ha ancora due mesi di tempo per farlo, ma sono anni che ci prova senza riuscirci. Onu e ong, inoltre, considerano gli hotspot greci come dei «centri di detenzione» e si rifiutano di aiutare l’Ue a valutare le storie dei siriani caso per caso, elemento indispensabile per dare poi luogo ai respingimenti. Atene sta aspettando anche 4 mila funzionari europei per registrare gli aventi diritto all’asilo, ma ancora non si sono visti.

LIBERTÀ DI STAMPA. Intanto i critici della Turchia aumentano. Mercoledì il governo di Ankara ha richiamato l’ambasciatore tedesco protestando per una canzone satirica su Erdogan andata in onda in televisione in Germania. Mina Andreeva, portavoce della Commissione europea, ha reagito così: «Non mi sembra che questa mossa sia in linea con la promozione della libertà di stampa e di espressione, valori ai quali l’Ue tiene molto». Che la Turchia stia «galoppando a massima velocità verso un regime autoritario», come dichiarato al New York Times da una giornalista turca licenziata da un quotidiano perché contraria a Erdogan, non è una novità. Ma questo non ha impedito all’Unione Europea di riempire le casse turche con 6 miliardi di euro. I Ventotto hanno fatto buon viso a cattivo gioco ma quest’ultimo, per ora, non ha dato i risultati sperati.

Foto Ansa/Ap


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