«Portava avanti il jihad durante le ferie». Le tragiche peripezie del terrorista Abu Katthab

Il New York Times ha raccontato la vicenda di un jihadista che ha combattuto in Afghanistan, Bosnia e Siria (sette volte)

«C’è una carenza di condizioni religiose per il jihad in Siria». A dirlo è Abu Khattab, un manager saudita ed ex combattente islamico in Siria. In una intervista al New York Times ammette che in Siria «molti dei combattenti violano l’Islam uccidendo i civili».

JIHAD IN SIRIA SBAGLIATO. Abu Khattab è uno jihadista veterano. Ha combattuto in Afghanistan e in Bosnia. Non è stato in Iraq, spiega al New York Times, soltanto «perché ci sono troppi sciiti», considerati infedeli dai sunniti come lui. Proprio contro di loro e contro gli alawiti di Bashar Al Assad, Abu Katthab decise di imbracciare le armi. Nel 2012, prese un volo per la Turchia e poi si affiancò ai ribelli siriani. Nel corso dell’anno successivo, tornò in Siria altre sette volte. «Portava avanti il jihad durante le ferie», racconta il New York Times, «lasciando la moglie a prendersi cura dei loro quattro figli mentre lui stava via dieci, quindici giorni».  A farlo smettere è stato il massacro di civili da parte dei ribelli. Un giorno, vide i corpi di due bambini sulla strada di un villaggio siriano. Il comandante locale, Abu Al Iraqi, gli spiegò che i suoi uomini li avevano uccisi «perché non erano musulmani». Da allora, Abu Khattab ha cominciato a credere che il jihad in Siria «non era pienamente concorde alla volontà di Allah». «Se la lotta non è puramente per Allah, non è una vera jihad», ha spiegato, affermando che i combattenti in Siria, vogliono lottare soltanto «per le proprie bandiere».

IL PERSORSO JIHADISTA. «Il percorso di Abu Khattab in Siria è simile a quello di molti altri sauditi e uomini di tutto il mondo arabo», prosegue il New York Times. Come ex ribelle pentito tiene lezioni ai detenuti presso un centro di riabilitazione per jihadisti. Il suo obiettivo è quello di scoraggiare altri connazionali ad andare via per combattere Assad. Il centro in cui lavora, sottolinea il New York Times, ospita molti uomini che sono stati arrestati per aver tentato di recarsi in Siria, ma non dà molti risultati. Per dare un’idea, spiega il giornale americano, anche il nipote del direttore dell’istituto «è stato ucciso mentre combatteva in Siria, mentre la madre ha pubblicato dichiarazioni su Twitter dicendo di essere orgogliosa di lui».

IL DILEMMA DELL’ARABIA SAUDITA. Il governo saudita è il più importante sostenitore dei ribelli siriani e anche se «ha ufficialmente proibito ai suoi cittadini di recarsi in Siria per il jihad», spiega il New York Times, «il divieto non viene applicato». Come Abu Khattab, secondo le stime del governo, molti altri sauditi sarebbero andati “illegalmente” in Siria, almeno un migliaio. Fra questi ci sono alcuni membri di importanti famiglie. «Il governo saudita su questi miliziani estremisti non ha quasi alcun controllo», afferma il quotidiano americano. Molti di loro sono vicini ad Al Qaeda, e potrebbero scatenare insurrezioni al loro ritorno in patria. Tuttavia, osserva il New York Times, dar loro sostegno militare e finanziario è, per i sauditi, l’unico mezzo efficace per combattere Assad e i nemici iraniani.