Polito: «Renzi vuole il voto, ma nel Pd di Bersani rimane un corpo estraneo. E il rischio scissione esiste»

Lo scontro sulla presidenza della Repubblica svela le strategie di Bersani e del sindaco di Firenze. Bersani per governare subito e Renzi per tornare alle urne e sconfiggere Berlusconi. Intervista ad Antonio Polito

Lo scontro tra Renzi e Bersani alla vigilia dell’elezione del presidente della Repubblica svela i programmi dei due galli nel pollaio all’interno del Pd. Il segretario Pier Luigi Bersani, infatti, «spera nell’elezione di un candidato che sia disponibile a rinnovargli l’incarico» di formare un nuovo governo; mentre il primo cittadino di Firenze Matteo Renzi preferisce un capo dello Stato che voglia «sciogliere le camere» e rimandare tutti al voto. Ed è in questo scenario che Renzi, secondo Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, gioca la sua partita per conquistare la leadership del centrosinistra e candidarsi a sfidare Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Ma è una «partita difficile», che rischia, oltretutto, di «portare alla scissione del Pd».

Polito, Renzi chiede alla politica di «fare presto». Ma di fare presto cosa?
Lui dice «qualsiasi cosa», purché si faccia presto. Un politico, però, deve sempre indicare quale opzione preferisce e io credo che il suo pensiero nascosto sia quello di fare presto per tornare a votare subito: non volendo Renzi né l’accordo con i Cinque stelle né quello con il Pdl, che allungherebbe i tempi prima del voto, credo che preferisca andare a votare. Anche perché è ragionevole pensare che, in un simile scenario, possa essere Renzi il candidato premier.

Qual è la sua strategia?
Affermare la sua presenza nella vita politica nazionale. Alle condizioni attuali, in cui è soltanto il sindaco di Firenze, infatti, Renzi rischierebbe di sparire. Per questo ha bisogno di rimarcare il fatto che anche lui conta nel suo partito, abbandonando al tempo stesso il vecchio schema della sfida tra la sinistra e il resto del mondo. Renzi vuole presentarsi come il giovane che non viene dalla nomenklatura di partito e capace di sgonfiare Grillo e battere Berlusconi.

Non è una partita così semplice…
Infatti, la partita è più difficile di quanto si possa pensare. E non è un caso che Renzi, l’ultima volta alle primarie, abbia perso. Probabilmente fa affidamento sul fatto che il progetto politico del Pd di Bersani ha perso alle elezioni e spera che si crei al più presto una massa critica nel centrosinistra che voglia superare quella fase per vincere le elezioni. Ma è un’operazione difficile e, oltretutto, nei termini in cui si è posta finora, rischia di portare addirittura alla scissione del partito. È più uno strappo, una rivoluzione, quello che ha in mente Renzi. Anche perché una grossa fetta di elettorato e di militanza lo considerano come un corpo estraneo. E lo contesteranno. Dal canto suo, Renzi, dovrà essere bravo a selezionare il personale politico su cui poter fare affidamento. Ma anche qui dovrà mettersi in guardia da gattopardeschi e radicati marpioni che potrebbero voler diventare renziani soltanto per salvare la pelle.

D’Alema, invece, che partita gioca?
La posizione di D’Alema è più sofisticata e complessa. Lui spera in una sorta di togliattismo che potrebbe portare il partito in mano a un nuovo consenso di centro in grado di governarlo. Ma D’Alema è abbastanza intelligente per capire che, se tramonta Bersani, non sarà Barca l’uomo giusto per portare la sinistra al successo. Il punto, pertanto, è capire se queste visioni contrapposte del Pd potranno coesistere insieme secondo una logica di maggioranza e opposizione interne, oppure sono destinate a spaccarsi.

La recente lite sui papabili alla presidenza della Repubblica non è di buon auspicio…
Non ricordo che sia mai accaduta una lite di simili proporzioni all’interno dello stesso partito sul presidente della Repubblica. Né mi ricordo di membri di partito che abbiano rivolto obiezioni etico-politiche – perché questo in pratica Renzi ha fatto nei confronti di Marini e Finocchiaro dichiarandoli «impresentabili» – verso componenti dello stesso partito. Sono appellativi che solitamente si riservano agli avversari politici. E penso che si tratti di uno sgarbo destinato a lasciare una traccia che durerà.

Berlusconi che fa?
Il Cavaliere vorrebbe un grande accordo che gli consenta di rimettersi in gioco e di prendere tempo per ricompattare le truppe, lasciando che l’onda grillina trascorra. Anche perché sa che contro Renzi perderebbe.