C’è una cosa che lega i versi del poeta a questi prigionieri. È la parola. Vardanyan, in tribunale, ha letto una poesia. Ha detto che la parola non imprigiona, non conquista, non incarcera nessuno
Ruben Vardanyan,
ex capo del governo
dell’Artaskh, arrestato, processato e condannato
a vent’anni di carcere
in Azerbaigian (Foto Ansa)
Cari lettori, fratelli e sorelle, molokani miei, scrivo come sempre dai bordi del Lago di Sevan, le cui acque nere non dormono mai, monito permanente anche per chi non ne conosce neppure l’esistenza, ma c’è, eccome se c’è il Lago di Sevan, sul bordo orientale della Repubblica d’Armenia, mentre i confini dell’Azerbaigian non si stancano di avanzare come formiche carnivore per lambirci e rosicchiarci le dita dei piedi.
Questa sera però mi fanno un baffo le ottuse avanguardie turcomanne. Questa sera non ho tirato giù le saracinesche, perché certe sere non finiscono quando si spengono le luci. Ho ricevuto poco fa – rara perla elettronica spedita per Whatsapp – la registrazione zoppicante di una voce purissima, appena sussurrata ma capace di spaccare l’acciaio di qualsiasi gulag. È Antonia Arslan, che al Rosetum dei frati cappuccini di Milano, il 28 gennaio, ha lasciato accadere qualcosa che non era una conferenza, né una presentazione, né una commemorazione. Era, se mi è concesso dirlo sen...
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