Contenuto riservato agli abbonati

Recitiamo insieme le poesie di Varujian, pensando ai fratelli detenuti in Azerbaigian

Di Renato Farina
04 Marzo 2026
C’è una cosa che lega i versi del poeta a questi prigionieri. È la parola. Vardanyan, in tribunale, ha letto una poesia. Ha detto che la parola non imprigiona, non conquista, non incarcera nessuno
Ruben Vardanyan, ex capo del governo dell’Artaskh, arrestato, processato e condannato a vent’anni di carcere in Azerbaigian
Ruben Vardanyan, ex capo del governo dell’Artaskh, arrestato, processato e condannato a vent’anni di carcere in Azerbaigian (Foto Ansa)

Cari lettori, fratelli e sorelle, molokani miei, scrivo come sempre dai bordi del Lago di Sevan, le cui acque nere non dormono mai, monito permanente anche per chi non ne conosce neppure l’esistenza, ma c’è, eccome se c’è il Lago di Sevan, sul bordo orientale della Repubblica d’Armenia, mentre i confini dell’Azerbaigian non si stancano di avanzare come formiche carnivore per lambirci e rosicchiarci le dita dei piedi.

Questa sera però mi fanno un baffo le ottuse avanguardie turcomanne. Questa sera non ho tirato giù le saracinesche, perché certe sere non finiscono quando si spengono le luci. Ho ricevuto poco fa – rara perla elettronica spedita per Whatsapp – la registrazione zoppicante di una voce purissima, appena sussurrata ma capace di spaccare l’acciaio di qualsiasi gulag. È Antonia Arslan, che al Rosetum dei frati cappuccini di Milano, il 28 gennaio, ha lasciato accadere qualcosa che non era una conferenza, né una presentazione, né una commemorazione. Era, se mi è concesso dirlo senza enfasi, una liturgia povera. Ha letto Daniel Varujan. Ha raccontato la sua vita. E mentre le parole frusciavano nella sala, presenza di anime e corpi che risusciteranno, si capiva che non stavano andando verso il passato, ma verso di noi.

Leggi anche

Chi credi di schiacciare?

Antonia legge Varujan come chi sa. Sa che quel poeta trentenne, nato nel 1884 e assassinato nell’agosto del 1915, dopo essere stato tra i 2300 rapiti a Istanbul-Costantinopoli il 24 aprile e condotti lontano dal loro popolo, protomartiri di quel milione e mezzo di vittime del genocidio; Varujan aveva in tasca un libro di poesie non finite. Poesie di gioia, d’amore, di campi, di pane. Non di odio. Non di rivolta. E proprio questo non è bastato a salvarlo, anzi. Quelle poesie sono state ritrovate più tardi, in un deposito militare turco. Come se la bellezza, anche quando viene uccisa, restasse un corpo del reato. Ascoltandola leggere, ho pensato che la poesia non è mai innocente: è disarmata, sì, ma la sua inermità denuda il male, ne rivela la tronfia potenza destinata al niente. Chi credi di schiacciare con il genocidio, tu demone imbellettato da sultano?

Quando Antonia ha letto “Antasdan”, la benedizione per i campi dei quattro angoli del mondo, ho sentito che lì stava il cuore di Varujan, una delle ultime possibilità dell’umano: «Nelle plaghe dell’Oriente sia pace sulla terra, non più sangue ma sudore irrori le vene dei campi… e quando le spose impasteranno il pane buono sia il canto dell’amore». Pane, non ideologia. Sudore, non sangue. È una teologia agricola, più solida di molte dichiarazioni ufficiali. Varujan non benedice un popolo contro un altro: benedice la terra perché non beva più sangue. È un sogno mite, e per questo intollerabile ai carnefici.

Il male avanza ma non spegne tutto

Poi Antonia ha letto “Il carro dei cadaveri”, che lei stessa ha tradotto ed è compreso nella raccolta dei versi di Varujan da lei curata (Il Canto del pane, Guerini e associati) . Qui non c’è più il pane, c’è la ruota che cigola, il cavallo magro, il soldato ubriaco che cammina dietro, la coda che spruzza sangue sui muri, e io stesso, a migliaia di chilometri, sul Lago di Sevan, ne ho sentito gocce vive sulla barba. Eppure anche qui, nel fondo dell’orrore, accade qualcosa che mi ha sempre colpito: nel buio, finestra dopo finestra, si accendono candele. Le nonne pregano di nascosto. «E allora su un balcone/ esce bella una vergine/ e piangendo lancia un pugno di rose/ sul carro che passa». Il male avanza, ma non riesce a spegnere tutto. C’è sempre qualcuno che, rischiando, compie un gesto inutile e perciò decisivo.

Avendo ancora nelle orecchie quella voce, ho pensato che Varujan non è un poeta del genocidio. È il poeta di ciò che il genocidio ha tentato di cancellare e non ci è riuscito: il pane, il lavoro, l’amore, la benedizione. Un pugno di rose. È per questo che oggi parla ancora, ed è per questo che continua a turbare l’ordine, anzi il nuovo disordine di una pace fasulla. Non perché accusa, ma perché ricorda che un altro mondo era possibile, e forse lo è ancora.

Leggi anche

“Fantasmi politici”

Scrivo questo mentre, a Oriente del mio villaggio, in Baku, Azerbaijan, esistono prigionieri che ufficialmente non esistono. Armeni detenuti in Azerbaigian, i leader della Repubblica dell’Artsakh incamerata dagli azeri con il consenso del mondo (e dell’Italia), uomini di cui si dice che siano “criminali”, “terroristi”, “fantasmi politici”. Eppure esistono. Hanno nomi, volti, famiglie. Ruben Vardanyan, e con lui altri. Sono detenuti in quello che loro stessi chiamano non un processo, ma un simulacro di processo. Vengono usati come moneta, come segnale, come avvertimento. Anche qui, il linguaggio tenta di fare il lavoro sporco: se li chiami “inesistenti”, non devi più rispondere della loro sorte.

Ma c’è una cosa che lega Varujan a questi prigionieri, e non è solo l’Armenia. È la parola. Vardanyan, in tribunale, ha letto una poesia. Ha detto che la parola non imprigiona, non conquista, non incarcera nessuno, e che nessuna forza dell’universo può cancellarla. Può sembrare retorica, ma non lo è, se detta da chi sa che pagherà. Anche Varujan sapeva. Anche lui aveva una parola in tasca. E anche quella parola, come il pane, ha continuato a nutrire altri.
Qualcuno dirà: dov’è la speranza, in tutto questo? Io rispondo senza alzare la voce: la speranza non è che le cose vadano bene. È che non tutto venga assorbito dalla menzogna. È che ci sia ancora chi benedice i campi mentre passano i carri, chi accende candele quando il buio è più conveniente, chi impasta pane invece di accettare sangue come prezzo della pace.

Stanca, ma non finita

Il Molokano, seduto sul bordo del lago, pensa questo: se un poeta ucciso può ancora insegnarci a benedire la terra, allora il male non ha vinto del tutto. E se dei prigionieri “inesistenti” continuano a parlare, a leggere poesie, a non rinnegare la parola, allora la storia non è chiusa. È stanca, sì. Ma non è finita.

Vi saluto così, senza proclami. Con una frase che non è mia, ma che mi accompagna da quella sera: quando le spose impasteranno il pane buono, sia il canto dell’amore. Finché questo sarà pensabile, e dicibile, l’Armenia non sarà solo una ferita che spuzza sangue. Sarà anche una promessa.

* * *

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di marzo 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.