Piano con le lodi a Draghi. I miliardi della Bce non salveranno noi “greci”

Se non si piega finalmente l’aspettativa contraria del mercato, i liquidi di Francoforte tutelano le banche, ma non gli Stati, precipitati intanto in deflazione per l’austerity senza piani di ritorno alla produttività. Pubblichiamo l’articolo di Oscar Giannino che appare sul numero 07/2012 di Tempi in edicola

Viviamo settimane in cui è obbligo di buona educazione affermare e ripetere che la Banca centrale europea con la sua Ltro (sta per Long Term Refinancing Operation, le aste straordinarie di liquidià a scadenza triennale, bassissimo interesse e collaterali accettati da Bce a maglie iperestese di bassa qualità solvibile, la prima tenuta a inizio anno e la seconda prevista per fine febbraio) abbia di fatto sopperito a tutto ciò che la politica europea rinvia e rifiuta di fare. La Bce di Mario Draghi avrebbe dunque trasformato l’euroatmosfera dei mercati da depressa a sostenuta. Come l’altro Mario, il premier Monti, con l’operatività del suo governo avrebbe energicamente allontanato dall’Italia il sospetto di prestarsi per ignavia e inerzia a essere il detonatore dell’euro, dotato di ben altra carica esplosiva e di contagio della piccola Grecia, che vale il 2 per cento scarso del Pil dell’eurozona e il 4 per cento dell’eurodebito.

Contrastare queste opinioni largamente diffuse, e ripetute come mantra dai media italiani, espone al forte rischio di apparire nostalgici del governo precedente. Ma come sapete, e come qui ho più volte scritto in tempi non sospetti, non è il mio caso. Lo premetto perché spero di non essere equivocato, nel sostenere che si tratta in entrambi i casi di esagerazioni. Non intendo tanto parlare di Monti e dell’Italia, perché è comunque un bene che il costo medio del debito pubblico italiano sia sceso da oltre il 7 per cento al 4,7 attuale. E che in Europa, negli Stati Uniti e in Cina Monti appaia affidabile, determinato, efficace. Insomma un’immagine dell’Italia che torna a essere ben presentabile e, soprattutto, considerata portarice di solida competenza sui dossier economici e finanziari. Ma il problema vero dell’Italia non era tanto il maggior costo del debito – perché sarebbe stato insostenibile solo alla lunga, visto che la vita media del debito pubblico è pari a 7 anni – quanto la sua bassa produttività e la sua bassa crescita. E oggi siamo ancora in recessione profonda e ce ne vorrà del bello e del buono per trovare rimedi a questo problema strutturale quindicennale. Allo stesso modo, la Ltro della Bce è un rimedio tampone a breve, ma a patto di non confonderlo con un rimedio strutturale alla sostenibilità dell’eurodebito.

Concordo con Charles Wyplosz, direttore dell’International Center for Monetary and Banking Studies (leggete su voxeu.org le column sue e di altri economisti, molti troppo keynesiani per i miei gusti ma aperti anche ad altre scuole, e teoricamente sempre ben argomentate). La sostenibilità dell’eurodebito è un gioco di equilibri multipli, per definizione assai difficilmente prevedibili in catena preventiva. La Bce ha scelto comprensibilmente di annegare di liquidità facile le banche europee, al fine di evitare temibili over stretching bancari in caso di fallimenti sovrani, e anzi dando alle banche le munizioni per acquistare le nuove emissioni di debito pubblico visto che la politica europea dice di voler difendere l’euro, ma non vara misure di sostegno cooperativo automatiche a chi ha eccesso di debito. A lungo andare, però, la scommessa del Ltro è azzardata. Bisogna continuare a fornire alle banche pacchi di centinaia di miliardi, finché il mercato si convince che i debiti sovrani in eccesso sono salvi cioè solvibili, perché le banche li rifinanziano illimitatamente. Ma se non si piega definitivamente l’aspettativa contraria del mercato, ecco che anche migliaia di miliardi dati alle banche salvano sì le banche medesime, ma non è detto che salvino gli Stati, precipitati intanto in deflazione per l’austerity senza credibili piani di drastico ritorno in tempi rapidi alla produttività. Perché è questa la misura vera a favore della crescita, una drastica cura di produttività in tutti i settori che l’hanno bassa, non la politica industriale a guida pubblica e intervento della Cdp di cui leggo incessantemente sul Corriere della Sera, riproposta ogni giorno in una nuova versione per un nuovo settore, oggi l’energia per un Enel2 pubblico dalle vecchie municipalizzate, domani gli aeroporti col governo che sceglie, e doman l’altro Atm-LeNord per una Trenitalia2, pubblica anch’essa come la prima.

Conclusione “greca”. Se i governi vogliono salvare l’euro perché convinti che la moneta comune è interesse di tutti, allora devono abbattere subito le pretese di regolamentazione nazionale e unire i mercati dei beni e dei servizi per consentire l’effetto vasi-comunicanti di produttività per concorrenza, e istituire un meccanismo automatico che per tutti gli euromembri ristrutturi il debito pubblico eccedente di 10 o 20 punti di Pil il limite del 60 per cento posto come obiettivo di convergenza nel fiscal compact. È solo quella, la parte di debito da ristrutturare, da riservare prioritariamente al sostegno Ltro bancario. Ma se gli stessi politici che dicono “viva l’euro” continuano e difendere la sovranità su mercati separati, allora l’iperliquidità Bce alle banche garantisce solo gli istituti di credito, mentre le economie nazionali per austerità senza produttività finiscono in recessione ancor più nera.