Perché fermare l’esperienza positiva delle cooperative in carcere?

Affidare il vitto interno ai detenuti li ha nel recupero, ha migliorato la qualità e consentito risparmi. Ora i direttori delle carceri temono venga bloccata per questioni di budget

Da dieci anni è in corso una sperimentazione in dieci carceri italiane: altrettante cooperative sociali sono state chiamate ad assumere dei detenuti, a formarli e a svolgere il servizio di vitto interno per le case circondiariali, in cambio di regolari contratti di lavoro e stipendi. Si è trattato di un’esperienza che i dieci direttori delle carceri coinvolte, per la prima volta autori di una lettera congiunta indirizzata al ministero della Giustizia e all’amministrazione penitenziaria (Dap), lo scorso 28 luglio hanno definito «oltremodo positiva, come dimostrano i risultati». I direttori hanno testimoniato essere migliorata la «qualità del vitto somministrato ai detenuti», aver avuto un risparmio rispetto alle spese e, soprattutto, essere stato questo un ottimo strumento di rieducazione dei detenuti. Intorno a tutti i dieci progetti sono nate realtà imprenditoriali (servizi di catering a Bollate, aziende di cucina che producono panettoni a Padova, taralli a Trani, dolciumi tipici a Siracusa e Ragusa) molto apprezzate anche dai consumatori esterni.

SERVIZIO SOSPESO. Queste attività, però, oggi sono a rischio: i progetti erano in scadenza il prossimo 31 dicembre. Giovedì sera il ministero della Giustizia, la Cassa ammende e il Dap hanno inviato ai dieci direttori delle carceri coinvolte una circolare in cui si spiega che il servizio di vitto interno proseguirà sino al 15 gennaio, poi verrà sospeso. Cosa accadrà? E perché si è giunti a questa decisione, se solo lo scorso 17 marzo in una riunione con i direttori l’allora capo del Dap, Giovanni Tamburino, sosteneva che «il giudizio è fortemente positivo, non si torna indietro, ma si va avanti»?

«TAGLI AL BUDGET». Salvatore Pirruccio, direttore della casa di reclusione di Padova, spiega a tempi.it che «parrebbe che dal 15 gennaio del vitto se ne occuperà direttamente il carcere. Eppure il servizio di confezionamento pasti va avanti da dieci anni e funziona bene, perciò auspico che questa vicenda si possa ricomporre, che si trovi un’altra via senza tornare alla situazione precedente all’avvio di questa esperienza-esperimento. Le ragioni che hanno spinto il ministero ad agire così sono economiche. Perché il servizio funziona, ma ovviamente costa. E in un momento in cui l’Italia ha dei problemi economici, si cerca di tagliare».
I detenuti sono stipendiati dalle cooperative, che per il servizio di vitto interno erano pagate dall’amministrazione carceraria. Ora cosa accadrà a questi detenuti sotto contratto? Pirruccio ipotizza: «Succederà che i detenuti impiegati per il vitto saranno riassunti dall’amministrazione penitenziaria e pagati con le mercedi, ovvero un piccolo gettone, inferiore ai prezzi di mercato, usato in tutte le altri carceri per i lavori svolti all’interno. Io penso di riuscire a riassumere tutti i 13 detenuti che lavorano a Padova per il vitto interno, ma con questo sistema delle mercedi verranno sicuramente pagati meno. Vedremo con gli altri direttori se nei prossimi giorni si potrà fare qualcosa per cambiare la decisione del ministero».

L’ex ministro della Giustizia Paola Severino in visita ai detenuti che lavorano nelle cucine del carcere di Padova

ESPERIENZA POSITIVA. Racconta a tempi.it Mauro Mariani, direttore del Nuovo complesso di Rebibbia: «In varie riunioni tenutesi con l’amministrazione penitenziaria si è cercato di capire se si sarebbe potuto estendere la prassi positiva del vitto con le cooperative a tutti gli istituti. In passato l’esperimento era stato prorogato di volta in volta e ci si chiedeva, visto che è stata un’esperienza positiva, se metterla a regime. Ma c’è un problema di budget: circa dieci milioni di euro. Anche l’ex direttore del Dap Tamburino aveva anticipato che si voleva fare una revisione dei costi». Il direttore si dice dispiaciuto, perché conferma che «l’esperienza è stata positiva per la qualità del servizio e perché sono stati messi al lavoro dei detenuti con delle paghe più alte. I detenuti sono stati assunti e formati professionalmente: c’è stato un servizio più adeguato di cui abbiamo usufruito. Dal 15 gennaio riassumeremo parte di quegli stessi detenuti, pagandoli con le mercedi: d’altra parte, il carcere deve continuare a cuocere i cibi. La qualità del servizio delle cooperative era medio alta, a differenza di quella che avviene all’interno».

«SI SPERA IN UN BANDO DI CONCORSO». Da Milano, Massimo Parisi, il direttore della Casa di reclusione di Bollate, ipotizza una via diversa: «Da diverso tempo si cerca di capire come mantenere queste attività. Probabilmente per trasformare i progetti in un sistema a regime si dovrebbe indire un bando, quindi sono dell’opinione che la Casse delle ammende si stia muovendo su questa linea per passare ad una gestione strutturale dei vitti interni da parte delle cooperative».

I TIMORI DELLE COOP. Le cooperative sono preoccupate. Nicola Boscoletto, presidente del Consorzio sociale Rebus, spiegaa tempi.it che «all’amministrazione penitenziaria e al ministero non manca nessuno strumento per risolvere il problema e per non far morire queste realtà positive. Di fronte a questa decisione, noi delle cooperative rimaniamo increduli ma ancora disponibili a cercare di non buttare via tutto ciò che di positivo è stato realizzato. Dieci anni fa quando il ministero ha chiesto di iniziare, si era partiti con la gestione della cucina interna, ma ci venne ordinato di allargare le attività anche all’esterne. Da noi si fa il panettone, a Milano si fa il catering, a Trani i taralli. Così abbiamo investito e ampliato; ma ora non si può chiederci di stare seduti ancora su una sedia con tre gambe. Il profit e il non profit e gli enti locali continuano a fare la loro parte, ma il titolare di queste attività, che è lo Stato, non può andarsene via. Sarebbe segno di una decadenza inarrestabile».