Perché anche il bosone di Higgs ci parla del Grande Mistero, che solo amore e luce ha per confine

Quanto più ci avviciniamo alla meta della conoscenza totale, tanto più la meta si allontana. Meglio così. Se potessimo sapere “tutto”, forse ci sentiremmo come Dio, ma poi ci suicideremmo per la noia

Caro direttore, la recente scoperta del bosone di Higgs, noto come “particella di dio”, sembra davvero essere una delle più importanti scoperte scientifiche di tutti i tempi. Nel corso del documentario La particella di Dio, Fabiola Gianotti, membro eminente del team di scienziati che hanno scoperto il bosone di Higgs al Cern di Ginevra, afferma: «Le nostre piccole menti umane, in 4 milioni di anni, si sono spinte sin quassù: cercare di comprendere qual è l’origine dell’universo. E ora che siamo arrivati a questo risultato storico, ora che siamo riusciti a trascriverlo con una formula matematica comprensibile a tutti e che si può racchiudere in un foglio di carta, ora comprendiamo che la nostra ricerca non è ancora finita». Ciascuno di noi minuscoli umani è più grande dell’universo intero, perché noi possiamo pensare l’universo, mentre l’universo non può pensare noi. Ma allo stesso tempo l’universo resta troppo grande e troppo misterioso per noi: come nota la Gianotti, la ricerca non è ancora finita. Forse non lo sarà mai.

Infatti l’astrofisico Marco Bersanelli, commentando questa straordinaria scoperta, avverte: «Troviamo che la materia ordinaria (…) costituisce solo il 4,9% del contenuto dell’universo. La presenza della materia oscura non solo è confermata, ma “pesa” più del previsto: è il 26,8% del totale, un quinto in più di quanto si pensava. Il resto è il contributo della energia oscura, la misteriosa forza responsabile dell’accelerazione cosmica». Le parole di Bersanelli ci interrogano profondamente sul senso stesso della scienza. Riusciremo mai a conoscere il 100 per cento del contenuto dell’universo? E più in generale, perché fare scienza, a che scopo? La conoscenza è il fine oppure è semplicemente un mezzo per altri scopi? Per rispondere a queste domande, bisogna prima esaminare le principali visioni della scienza affermatesi in Occidente: la visione di Kant e quella Hegel.

Secondo Emmanuel Kant, la mente umana non conosce non le cose in sé stesse ma le impressioni dei sensi, che rispecchiano solo l’apparenza superficiale delle cose. Cementando assieme tali impressioni per mezzo delle idee del tempo e dello spazio (perché per Kant il tempo e lo spazio sarebbero solo idee), la mente costruisce la sua immagine della realtà, che rispecchia dunque l’apparenza superficiale, non la realtà in sé stessa, che resterebbe sempre inconoscibile (“noumeno”). E se la ragione non si avere certezza sulla realtà, tanto meno può avere certezza su Dio, e la fede potrà essere solo un mero sentimento (e Kant stesso lo provava sinceramente).

Secondo Georg Wilhelm Friedrich Hegel: la mente non si limita a conoscere la realtà ma addirittura… la fabbrica. Precisamente, Hegel afferma che l’universo intero sarebbe generato da uno “spirito assoluto” che giungerebbe alla sua piena autocoscienza nella mente umana, intesa come l’insieme di tutte le singole menti… (si fatica a credere che questa fantasiosa “filosofia dello spirito” abbia goduto di molto prestigio ai suoi tempi). “Spirito assoluto” a parte, dall’heghelismo è disceso quel razionalismo assoluto, tipicamente moderno, secondo cui la mente umana potrebbe conoscere completamente e quindi dominare completamente la realtà: «Ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale».

Se Kant allontana Dio dalla realtà, Hegel trasferisce Dio ossia lo “spirito assoluto” nella mente dell’uomo. Ma appunto, per staccarsi dalla fede occorre prima staccarsi dalla realtà, perché è attraverso la realtà che si va a Dio: «Per chiarire il problema dell’uomo come religiosità… è necessario innanzitutto rendere esperienza personale il rapporto tra ‘uomo e la realtà in quanto originata» (Luigi Giussani, In cammino 1992-1998, Bur, Milano 2014, p. 316). Il razionalismo “moderato” di Kant isola le idee dell’uomo della realtà, mentre il razionalismo assoluto di Hegel identifica la realtà con le idee stesse. Dunque, il passo dal kantismo all’heghelismo è breve: prima l’uomo non ha rapporto con la realtà ma con le sue idee, poi le sue idee diventano la realtà stessa. «Ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale». E quando crede che la realtà intera sia contenuta nella sua testa, l’uomo può anche credere di essere un dio terreno, capace di esercitare un dominio assoluto sulla realtà.

Concretamente, il razionalista assoluto è convinto di potere plasmare la realtà a suo piacere, trasformandola nel paradiso in terra, per mezzo della scienza, che diventa quasi una religione. Storicamente, il razionalismo assoluto ha partorito il positivismo in scienza e il comunismo in politica, che infatti si presenta come “socialismo scientifico”. Agli occhi dei razionalisti il progetto sociale di Karl Marx (discepolo di Hegel) doveva per forza essere “reale” ossia realizzabile perché sulla carta pareva loro assolutamente “razionale” ossia “scientifico”. La storia in persona si è incaricata di farci sapere che il progetto della società perfetta era del tutto incompatibile con la realtà ossia irrealizzabile. Invece di realizzare il paradiso, i comunisti hanno realizzato l’inferno in terra. Il fallimento del comunismo dimostra che il pensiero dei comunisti e dei razionalisti in generale non coincide con la realtà: violenta la realtà.

Se i comunisti volevano realizzare la società perfetta, i positivisti volevano realizzare la scienza perfetta, capace di conoscere tutto e spiegare tutto con una sola formula matematica. Per mezzo della scienza perfetta, l’uomo avrebbe potuto ottenere tutto: perfino l’immortalità terrena. Ma paradossalmente, oggi gli scienziati sanno di sapere meno di quanto pensassero di sapere gli scienziati di due secoli fa, quando la scienza era molto meno avanzata. I positivisti pensavano che entro pochi anni l’umanità sarebbe arrivata a conoscere il 100 per cento di tutto, oggi sappiamo di conoscere solo il 4,9 per cento di tutto ciò che esiste nell’universo. Quanto più ci avviciniamo alla meta della conoscenza totale, tanto più la meta si allontana. Quanti più misteri risolve, tanti più misteri la scienza si vede parare davanti.

Il fallimento storico dei progetti sociali “scientifici” e il fallimento del sogno della scienza totale insegnano che non tutto ciò è reale è anche necessariamente razionale in senso umano, ossia pensato dall’uomo, e viceversa non tutto ciò che è razionale in senso umano, rispecchia ciò che è reale.

Da quando il comunismo e il positivismo sono falliti, l’edonismo è diventato una ideologia di massa. Dopo il Sessantotto il comunismo è stato soppiantato dal consumismo (se ne era ben accorto Pasolini). L’uomo post-moderno non cerca più il paradiso in terra ma il piacere immediato e il benessere economico. Dal momento che per lui la conoscenza in sé stessa conta molto meno del profitto, alla scienza non chiede di conoscere l’universo ma solo di alimentare il progresso tecnologico ed economico. Significativamente, nel documentario La particella di Dio un economista chiede ad uno dei fisici del Cern quale utilità economica potrebbe mai avere la scoperta del bosone di Higgs, lasciando intendere che, se non ne avesse nessuna, l’acceleratore di particelle andrebbe rottamato quanto prima. La pensano come lui la maggioranza dei membri del Congresso degli Usa, che infatti nel 1993 hanno bloccato i finanziamenti necessari per il completamento del Superconducting Super Collider, un gigantesco acceleratore di particelle di cui era già stata costruita gran parte presso la cittadina di Waxahachie nel Texas. Comunque, il fisico del Cern ha fatto notare a quell’economista che le onde radio, quando furono scoperte, non si sapeva ancora se sarebbero state utili a qualche cosa. Allo stato attuale, non sappiamo esattamente quali ricadute tecnologiche potrà avere la scoperta del bosone di Higgs, ma le avrà sicuramente. La sola costruzione dell’acceleratore di particelle già ne ha avute molte, fra cui l’innovazione di apparecchi medicali e il potenziamento del world wide web.

Si può dire che non c’è una sola grande invenzione tecnologica che non sia nata dalla costola di una grande impresa scientifica. Per fare un solo esempio, la rivoluzione delle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni, che ha cambiato radicalmente la nostra vita, è iniziata nei laboratori delle industrie coinvolte nella missione più apparentemente “inutile” della storia: la missione Apollo. Se Armstrong non avesse mai messo piede sulla Luna, noi oggi non avremmo dentro casa i pc, internet, i cellulari e tutto il resto. La ricerca applicata all’industria si è sempre nutrita di ricerca pura (ossia la ricerca finalizzata unicamente a conoscere l’universo). Di conseguenza, se la seconda agonizza, anche la prima agonizza. Più voci oggi denunciano che da qualche decennio si fa meno “ricerca pura” che “ricerca applicata”. E non a caso, sembra che dalla fine degli anni ’70 non ci siano più state neppure invenzioni tecniche di prima importanza (cfr. Massimiano Bucchi, Formidabili gli anni 70 della scienza. Ma ora che cosa ci inventiamo?, Repubblica, 23 luglio 2014).

Dunque, se vogliamo alimentare il progresso economico-tecnologico dobbiamo prima alimentare il progresso scientifico. Ma non bisogna mai dimenticare che sul piano dei valori assoluti, il progresso scientifico è superiore al progresso economico-tecnologico, più in generale la conoscenza è superiore all’economia. Dice più o meno san Tommaso: le attività economiche servono per garantire la sopravvivenza fisica, la sopravvivenza fisica serve per potersi dedicare alle attività intellettuali, le attività intellettuali servono per amare l’essere (l’essere delle cose, l’essere degli altri uomini e l’Essere di Dio). Solo l’amore è superiore alla conoscenza. Bisogna dunque rispettare la gerarchia: in quanto la conoscenza è superiore all’economia, la prima deve sempre essere fine e non può essere mai mezzo della seconda. Quando la prima diventa mezzo, si danneggiano entrambe. Concretamente, è controproducente non soltanto trascurare la ricerca pura per concentrarsi sulla ricerca applicata, ma anche fare ricerca pura solo per alimentare la ricerca applicata.

C’è una certa analogia fra la ricerca pura e la carità: come si può amare veramente solo se si rinuncia al tornaconto personale, così si può conoscere veramente solo se si rinuncia ad un ritorno economico immediato. Il ritorno economico probabilmente ci sarà, ma quando non lo decidiamo noi. Sta scritto: «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Matteo 6, 31-33). Parafrasando questo brano evangelico, possiamo dire: non preoccupatevi delle possibili ricadute tecnologiche e dei conseguenti profitti economici, cercate prima di conoscere il bosone di Higgs e la radiazione cosmica, il resto vi verrà dato in aggiunta. Mettendo l’economia al di sopra della scienza, gli uomini di oggi si dimostrano simili ai “pagani” del brano succitato, che si preoccupavano soltanto del mangiare, del bere e del vestire.

Per guarire dal paganesimo e tornare a percorrere il cammino della conoscenza scientifica, e quindi per tornare ad amare l’essere, dobbiamo innanzitutto liberarci dei due errori che ci avevano sbarrato la strada: l’empirismo razionale e il razionalismo assoluto. San Tommaso d’Aquino ci aiuta a liberarcene. Egli ci spiega infatti che conoscere non significa né creare la realtà (hegelismo) né immaginarla (kantismo), ma adattare il pensiero alla realtà: «Adaequatio rei et intellectus».

Kant si sbagliava: è vero che la mente conosce la realtà attraverso i sensi, ma non è vero che conosce soltanto le impressioni fornite dai sensi. In primo luogo non c’è nessuna ragione per credere che le cose che esistono siano diverse da come si presentano agli occhi e agli altri sensi. In secondo luogo, riflettendo su quello che vede, l’uomo riesce a conoscere anche gli aspetti della realtà che non può vedere. Ad esempio, riflettendo sui risultati di certi esperimenti, i fisici sono riusciti a scoprire la struttura degli atomi, che non si possono vedere neppure con l’aiuto del più sofisticato microscopio. In sostanza, l’uomo può conoscere la realtà “in sé”, e non soltanto le impressioni dei sensi, perché la realtà “in sé” si basa su una struttura razionale

Dunque, la realtà non è inconoscibile perché si basa su una struttura razionale che può essere conosciuta da una mente razionale. Ma anche Hegel si sbagliava: se è vero che la realtà si basa su una struttura razionale, tuttavia non è vero che la realtà è completamente conoscibile. Riflettiamo: nell’esperienza quotidiana, quali sono le cose che conosciamo meglio delle altre? Sicuramente, quelle che facciamo noi: pensieri usciti dalla nostra mente, parole uscite dalla nostra bocca, oggetti fabbricati con le nostre mani. Ad esempio, io conosco perfettamente questo testo perché l’ho scritto io. Invece l’universo non lo abbiamo “scritto” noi. Se dunque ammettiamo che non è stata la nostra mente a generare l’universo, dobbiamo anche ammettere che la nostra mente non potrà mai conoscerlo fino in fondo. Dal punto di vista cristiano, la conoscenza assoluta del creato è riservata al Creatore. L’universo è stato “scritto” da Dio: noi possiamo solo leggerlo. E si tratta di una lettura molto difficile.

Noi riusciamo a “leggere” l’universo, perché l’universo è stato scritto con un alfabeto e una sintassi razionali (e come dice san Tommaso, l’ordine dell’universo è una delle prove dell’esistenza di Dio). Ma fra una lettera e l’altra, si aprono abissi di mistero in cui la nostra ragione fatica ad addentrarsi. Fuor di metafora, alla base dell’universo c’è un insieme di forze fisiche che possono essere tradotte in leggi basate sui numeri (la scienza stessa è nata per “matematizzare” l’universo). Ma queste leggi non spiegano tutto: ad oggi la scienza è riuscita a conoscere con certezza e “matematizzare” non più del 4,9% di tutto ciò che esiste. Se teniamo presente che, per principio, la conoscenza totale del creato è riservata al Creatore, possiamo essere certi fin da adesso che, da qui alla fine dei tempi umani, solo una parte di quel 95,1% di realtà ancora sconosciuta verrà conosciuta e matematizzata. Del restante, parte non verrà conosciuta semplicemente perché non ci sarà tempo, ma parte non verrà conosciuta probabilmente perché non può essere conosciuta dalla mente umana, perché si basa su una matematica superiore a quella umana.

Quanto più ci avviciniamo alla meta della conoscenza totale, tanto più la meta si allontana. Meglio così. Se potessimo sapere “tutto”, forse ci sentiremmo come Dio, ma poi ci suicideremmo per la noia, come gli uomini nella operetta morale di Leopardi, perché non bastiamo a noi stessi. Meno male che fra le pieghe dell’infinitamente piccolo e fra gli spazi sconfinati dell’infinitamente grande si celano abissi di mistero che mai finiremo di sondare. Tutti i piccoli misteri della scienza ci parlano del Grande Mistero, che solo amore e luce ha per confine.

San Paolo dice: «Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo» (Atti 17, 26-28). Quando leggi di Dio che forma il tempo e lo spazio, ti viene in mente la teoria della relatività di Einstein. E quando leggi di Dio che crea tutte le nazioni perché popolassero tutta la terra, ti viene in mente il satellite Plank e l’acceleratore di particelle del Cern, attorno ai quali fisici di tutte le nazioni si incontrano per studiare l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, cercando Dio come a tentoni. Che cosa cercano infatti gli scienziati, anche senza saperlo, se non il pensiero di Dio impresso sulla materia? Ma egli non è lontano da ciascuno di noi. Quel bambinello adagiato su una mangiatoia, fra un bue e un asinello, in un posto sperduto della Palestina, era Colui che ha stabilito i confini del tempo e dello spazio.