Per lo Stato non esistono innocenti, ma solo evasori non ancora scoperti

La tassa sui contanti è solo un’altra tassa, segno di sfiducia verso i cittadini. E nasconde un’idea di de-realizzazione della realtà

Il progetto di tassazione dei prelievi di contante sopra i 1.500 euro merita, oltre alle reazioni politiche e alle obiezioni giuridiche che ha sollevato, le riflessioni filosofiche e le considerazioni antropologiche del caso. Dal punto di vista giuridico, la tassa sarebbe profondamente ingiusta, come ha spiegato, fra gli altri, l’Istituto Bruno Leoni:

«Dare un costo alla scelta di usare contanti è non solo un’intromissione in una libertà, quella appunto di decidere come pagare, ma è soprattutto una imposizione di dubbia legittimità: i soldi che si prelevano al bancomat sono già risorse su cui si sono pagate diverse imposte, come reddito prodotto e come risparmio depositato. A che titolo lo Stato dovrebbe caricarvi un ulteriore tributo?».

Colpire tutti tranne i veri evasori

Lo Stato intende caricare un tributo sui prelievi di contante sopra a una certa soglia perché sospetta che tutti quei soldi saranno spesi in nero, cioè per prodotti e servizi che non potrà tassare, cosa che gli riuscirebbe più facile se tutte o quasi le transazioni avvenissero con moneta elettronica (bancomat, carte di credito, ecc.). L’imposta dunque non corrisponde a un servizio reso dallo Stato, o a una concessione o privilegio che ha conferito al privato, e non è una tassa di scopo (ricostruzione post-terremoto, obiettivi di ecocompatibilità, ecc.): è una punizione inflitta al cittadino sulla base di un semplice sospetto. Anziché accertare che al prelievo di contante segua effettivamente un comportamento illecito, lo Stato punisce tutti quelli che hanno la balzana idea di chiedere indietro i propri soldi che hanno depositato su un regolare conto corrente bancario. Che si voglia far credere che in questo modo si combatte l’evasione fiscale fa ridere: i grandi evasori falsificano i bilanci delle società, trasferiscono i soldi nei paradisi fiscali e non sul ccb della banca popolare o del credito cooperativo locale, erigono il domicilio fiscale fittizio delle loro società in Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Austria, Malta, ecc., con la complicità delle legislazioni e dei governi di quegli Stati.

Nessuna fiducia

Evidentemente la proposta di tassazione del contante legittimamente detenuto è un altro indizio che la società aperta della libertà per tutti da tempo si è trasformata in una società dove le libertà personali si restringono, la sfiducia dei pubblici poteri verso i cittadini è diventata la regola e lo Stato cerca di far quadrare i suoi bilanci pericolanti arraffando dove può e come può. Ma qui c’è dell’altro. La generalizzazione dei pagamenti elettronici non è, come tanti pensano, una giusta razionalizzazione dell’economia e della fiscalità, bensì uno degli strumenti per la realizzazione di un ben preciso obiettivo politico-ideologico: rendere inutile la fiducia come base della società attraverso apparati tecnologici che garantiscano la trasparenza totale dei comportamenti umani.

La fiducia fra gli esseri umani, «componente costitutiva della vita sociale, anche economica, e all’interno di tutte le istituzioni», come la definisce Giacomo Samek Lodovici, è la prima barriera alle esorbitanti pretese di controllo da parte dei poteri senza volto. Finché nella vita sociale ci saranno comportamenti legati alla fiducia fra gli esseri umani, lo Stato non potrà esercitare il controllo totale che da sempre è tentato di attuare e i fornitori di servizi non potranno mercificare qualunque bisogno umano.

Controllo e trasparenza

L’informatizzazione e la digitalizzazione applicate ai pagamenti, così come a un numero sempre crescente di interazioni umane, mirano a ridurre l’incidenza della fiducia nella vita sociale e ad aumentare il controllo dei grandi poteri sulla stessa. Lo sottolinea Byung-Chul Han, questo originale pensatore che ha dedicato buona parte delle sue fatiche a smascherare i veri fini della società della trasparenza:

«La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. (…) La connessione in rete facilita a tal punto la raccolta di informazioni che la fiducia come pratica sociale perde sempre più significato e cede al controllo. Così la società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società della sorveglianza: dove le informazioni possono essere procurate in modo estremamente facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza» (Nello sciame – Visioni del digitale, p. 88).

Se un padre si comportasse così

Anziché riflettere su questo genere di critica, gli italici fautori della sostituzione dei contanti con le transazioni elettroniche sbandierano le statistiche che mostrano come l’Italia sia solo il terz’ultimo paese della Ue per l’uso di tale modalità di pagamento, con un 14 per cento di tutti i pagamenti lontano dalla media continentale del 26 per cento; sbandierano pure la lista dei paesi che capeggiano la classifica mondiale del maggior numero di pagamenti digitali pro capite, facenti tutti parte delle economie più avanzate: Svezia, Stati Uniti, Corea del Sud, Finlandia e Australia nell’ordine. Se si può capire l’entusiasmo dei gestori di servizi finanziari e dei media ad essi collegati, massimi beneficiari delle commissioni che gli utenti sono costretti a pagare, appare meno comprensibile il  crescente entusiasmo mondiale, destinato a contagiare anche l’Italia, di fronte all’avanzare di una tecnologia che permetterà un controllo capillare delle abitudini, dei gusti, dei dati più sensibili della privacy di ogni cittadino.

Scrive in proposito l’amico Alfredo Morosetti:

«Provate a immaginare un ragazzino di 12/13 anni che riceve dal padre una paghetta però alla sera il padre verifica, aprendogli di forza il portafoglio, cosa gli è rimasto dentro e lo costringe a dirgli dove è stato, cosa ha comprato, con chi si è accompagnato. Cosa accadrebbe? Un padre del genere verrebbe bollato dai perbenisti senza pensiero come un bieco essere da punire penalmente per una sorta di fascio-autoritarismo bestialmente patriarcale. Ebbene questi stessi sottodotati sono anche quelli che trovano moderno, innovativo e chic che lo stato (…) abbia esattamente questi poteri».

Un padre in carne ed ossa verrebbe bollato come patriarca autoritario, mentre invece quel fantasmatico padre/madre invadente che è lo Stato viene giustificato in nome dell’interesse generale, del bene comune. Viene il sospetto che la mansueta sottomissione al nuovo autoritarismo nasconda un desiderio di ritorno del padre, ovvero l’accettazione della sua sostituzione con la sua fredda imitazione: lo Stato moderno. Qui il discorso potrebbe allargarsi ai molti altri ambiti nei quali le persone accettano inedite forme di limitazione della loro propria libertà, certamente per conformismo e per paura della stigmatizzazione sociale, ma probabilmente anche per nostalgia dell’autorità: l’utilizzo spesso ridicolo del linguaggio inclusivo, i nuovi comandamenti dell’ecologicamente corretto, l’autocensura sulle questioni attinenti l’orientamento sessuale, ecc.

Infinita sostituibilità

Per finire, si può osservare che la crescente digitalizzazione degli scambi è coerente con due tendenze moderne: l’ossessione per il movimento sempre più rapido e il processo di de-realizzazione della realtà di cui proprio il denaro è stato sin dal suo sorgere un decisivo veicolo. Non è un caso che a proporre in Italia la tassazione del contante per favorire i pagamenti elettronici sia stata Confindustria, l’associazione degli industriali, cioè persone interessate a far circolare sempre più velocemente merci e servizi, per trarne un maggiore profitto. Marx ha spiegato che il denaro incarna il valore di scambio dei prodotti del lavoro umano: attraverso il denaro che gli conferisce un determinato prezzo il prodotto perde realtà, non si identifica più con l’uso per cui è stato creato, ma con la sua infinita sostituibilità.

Puntualizza François-Xavier Bellamy:

«Il denaro trasforma l’oggetto solido in liquidità affinché possa circolare senza limiti. È proprio del liquido spostarsi nel modo più fluido. (…) La modernità, in quanto passione per il movimento, si poteva tradurre solo nel trionfo del mercato che è, per definizione, il luogo della circolazione: un’epoca che definisce la vita un movimento non poteva che conferire un ruolo centrale al denaro, l’operatore della circolazione universale che sarebbe diventato il suo strumento essenziale. Una simile mutazione porta allo sviluppo illimitato del mercato, al predominio dell’economia su ogni altro ambito dell’attività umana (…)» (Dimora – Per sfuggire all’era del movimento perpetuo, p. 175).

Smarrimento esistenziale

Per un processo fatale e inevitabile, il medium della smaterializzazione dei prodotti del lavoro umano si sta a sua volta smaterializzando. Il denaro, che ha trasformato le cose in numeri, oggi a sua volta si ritrova ridotto a puro numero, senza più nemmeno il supporto di un biglietto filigranato o di un piccolo disco metallico, tanto meno l’equivalenza con lingotti di metallo nobile.

Quali conseguenze avrà questo sulla psiche umana? Qualche giorno fa Egisto Mercati, nella sua riflessione su questo stesso argomento, ha fatto riferimento al Faust di Goethe, col suo racconto mitico sull’origine della carta-moneta. Dice a tal proposito lo psicanalista junghiano Claudio Widmann:

«Psicologicamente parlando, nel regno esangue dell’Imperatore riprende a circolare energia psichica, che vivifica, riattiva, rianima. Il denaro si mostra anzitutto come il simbolo di un’energia generica e aspecifica che Jung chiama libido, la quale alimenta le molteplici attività individuali (…). Nel denaro si simbolizza il fluire dell’energia psichica; il suo scorrere è vitalità e dinamismo; il suo ristagnare è stasi e immobilismo: una medesima parola designa tanto la depressione economica quanto la depressione psichica».

Non sono psicanalista, ma ho pochi dubbi che la de-realizzazione del denaro, come le tante altre de-realizzazioni a cui stiamo assistendo, che vanno dal sesso alla appartenenze religiose, dai modi della generatività umana alle identità nazionali e culturali, contribuirà ad aumentare l’angoscia, lo smarrimento esistenziale, le nevrosi, le crisi di identità. L’era del movimento perpetuo non è l’era dell’euforia, ma della disforia generalizzata.

Foto Ansa