Per la sanità del futuro ci metto la faccia

«Non snatureremo l’essenza lombarda. Il nuovo sistema prevede sì una rivoluzione, ma culturale: è quello che gli esperti europei teorizzano nel passaggio dal “to cure” al “to care”»

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Pubblichiamo l’editoriale firmato da Roberto Maroni per lo Speciale Sanità Lombardia allegato al numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Da quando ho deciso pubblicamente di impegnarmi sul fronte della sanità lombarda mi è stato chiesto mille volte: perché modificare qualcosa che funziona? Oppure, dalle voci dei detrattori della legislatura precedente: perché annunciare una riforma quando ci si vuole limitare a ricalcare il vecchio? Il punto è che la società sta cambiando, rispondo io una volta per tutte, e questa è la Lombardia dell’innovazione e dell’efficienza, non una pagina del Gattopardo: mi sono impegnato in prima persona per una modifica della Legge sulla sanità a misura del prossimo futuro, e questo è quanto avranno i cittadini lombardi. Ma quello che serve alla Lombardia non è certo la cancellazione di un sistema che funziona a causa di un pericoloso pregiudizio ideologico, e non avrebbe avuto senso progettare una rivoluzione che stravolgesse i princìpi che sinora si sono rivelati meritevoli di un giudizio positivo sia da parte delle istituzioni nazionali sia soprattutto da parte degli organismi internazionali. La sanità lombarda funziona, è un fatto: i nostri conti sono in attivo, i cittadini delle altre Regioni vengono a farsi visitare e curare nelle nostre strutture, i nostri indicatori sono eccellenti secondo tutti i parametri di analisi sanitaria. Basti pensare che quando Obama si mise a lavorare sulla sua ormai storica riforma sanitaria, nel 2010, il Wall Street Journal gli propose di studiare il modello lombardo, virtuoso mix di pubblico e privato: «Quando la Lombardia mise in competizione gli ospedali privati con quelli pubblici – scrissero – la qualità delle cure crebbe incredibilmente».

Ma il governo della Sanità deve saper essere attento ai cambiamenti in atto nella società e, ancor più, deve saper essere lungimirante e strategico: la composizione della nostra popolazione sta mutando e occorre adeguarsi per non farsi trovare impreparati. Già nel 2030 avremo 3 milioni di lombardi con più di 65 anni, di cui un milione di ultraottantenni. Dal punto di vista clinico e sanitario le ricadute sono enormi ma già individuabili: aumenterà il numero dei malati cronici e dei soggetti non autosufficienti in età molto avanzata. Anche i bisogni saranno diversi: prossimità dei centri di cura sul territorio, continuità assistenziale, assistenza a domicilio. Il nostro testo ha quindi l’ambizione di anticipare il futuro, iniziando dall’integrazione del sanitario con il sociosanitario (compreso l’accorpamento degli attuali due assessorati, Salute e Famiglia, per un’unica regia del Welfare), dell’ospedaliero con l’assistenza sul territorio ai malati cronici e ai pazienti post-degenza. Per questo dall’inizio parlo di “sviluppo” ed “evoluzione” del sistema. Ma nulla di tutto ciò ha a che vedere con la necessità di fare cassa – inesistente – né tantomeno con la volontà di chiudere i piccoli ospedali, se efficienti e indispensabili per la realtà in cui operano: questa evoluzione del sistema sanitario regionale usa la riorganizzazione, la razionalizzazione e l’appropriatezza per offrire il migliore dei servizi possibili anche in tempo di pesanti tagli da Roma.

Ci vogliamo mettere la faccia e quindi interverremo su Asl e ospedali, ma nessuno potrebbe pensare di snaturare l’essenza lombarda, fatta di competizione, di privato d’eccellenza, di libera scelta, di famiglie e di no profit. Per questo motivo valorizziamo il pubblico senza penalizzare la risorsa importante del privato e tantomeno il Terzo settore, affinché l’unico vero vantaggio sia per i cittadini. Abbiamo salvaguardato le peculiarità lombarde e non ci siamo spostati di una virgola dal principio di garantire a tutti la possibilità di scegliere liberamente, con i propri cari e l’aiuto di esperti, il miglior percorso di cura secondo le proprie esigenze e i propri desideri. Senza che siano i costi a determinare le decisioni dei cittadini in materia di salute e, di conseguenza, a creare gravi discriminazioni. Questo sistema prevede sì una rivoluzione, ma culturale: è quello che i maggiori esperti europei teorizzano nel passaggio dal “to cure” al “to care”, dalla cura al prendersi cura. Se ci si prende cura di un cittadino nel suo insieme, dalla prevenzione ai controlli e terapie per i disturbi cronici, senza limitarsi a intervenire massicciamente in caso di urgenze, ne guadagna la salute della persona, accompagnata in ogni fase della sua vita, e anche la sanità pubblica. Una riorganizzazione, che consenta da un lato di seguire meglio le necessità del cittadino e dall’altro che sia orientata sempre più all’appropriatezza e all’efficienza, consente notevoli risparmi. Attraverso il dimezzamento delle Asl, un nuovo assetto sul territorio e la centralizzazione degli acquisti, le nostre stime parlano in via prudenziale, a regime, di 300 milioni l’anno da reimmettere nel sistema per consentire altre manovre a favore dei cittadini. Come, ad esempio, un’ulteriore riduzione dei ticket, che annunceremo in autunno, insieme con un pacchetto più ampio di iniziative a favore delle fragilità sociali.

Abbiamo sempre fatto bene, ma continueremo facendo meglio: perché la riduzione delle già esigue risorse che lo Stato ci rende perché siano destinate alla sanità non debba pesare su una popolazione di contribuenti che sta invecchiando e merita di poterlo fare in serenità e senza che le famiglie si sentano abbandonate. Non mi interessano le schermaglie dialettiche o gli scontri pretestuosi, quanto invece ci tengo a valorizzare i contributi intelligenti di qualunque colore, perché come Regione quello che vogliamo fare è la nostra parte per il futuro.

Foto Ansa

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