Pell, termina il processo di appello. «L’accusa ha faticato molto»

Concluse le due udienze, i giudici emetteranno la sentenze «tra diverse settimane». Secondo i giornali australiani, il pm è stato impacciato e incapace di rispondere alle domande dei magistrati

Le due udienze del processo di appello dove è imputato George Pell si sono concluse oggi pomeriggio. Secondo il Sydney Morning Herald, «i giudici si prenderanno almeno diverse settimane prima di emettere la sentenza». Il cardinale australiano passerà il suo 78mo compleanno, che cade sabato, in carcere, dove si trova in isolamento da tre mesi.

SENTENZA «IRRAGIONEVOLE»

L’ex tesoriere vaticano ha partecipato alle udienze davanti alla Corte suprema dello Stato di Victoria senza mai prendere la parola. In primo grado, una giuria l’ha condannato a sei anni e mezzo di carcere per abusi sessuali su due minorenni (uno dei quali è poi deceduto e ha sempre detto di non aver subito violenze). La difesa, guidata dall’avvocato Bret Walker, ha fatto ricorso in appello puntando sulla «irragionevolezza» della sentenza. Il processo è costellato di falle e punti oscuri, secondo Walker la giuria «non può essere stata soddisfatta oltre ogni ragionevole dubbio basandosi solo sulla singola testimonianza di un querelante contro “le prove discolpanti e non smentite” fornite da oltre 20 testimoni».

L’ACCUSA «FATICA A RISPONDERE»

Come riporta il Guardian, il pubblico ministero «ha faticato a rispondere alle domande dei tre giudici di appello»: Anne Ferguson, Chris Maxwell e Mark Weinberg. I magistrati baseranno il loro verdetto non solo sulle due udienze che hanno presieduto, ma anche sui contenuti usciti durante il primo processo, dove la maggioranza dei giurati era a favore dell’assoluzione di Pell, e del secondo processo, istruito perché la prima giuria non riuscì a raggiungere un verdetto unanime.

«Come ho detto in altre sentenze, le giurie hanno quasi sempre ragioni. “Quasi”, però», ha dichiarato oggi il giudice Weinberg rivolgendosi al pm Chris Boyce. Il pubblico ministero si è reso anche protagonista di una gaffe: durante la sua arringa ha infatti per sbaglio fatto il nome del querelante, l’uomo che ha accusato il cardinale Pell di avere abusato di lui. La sua identità è stata fino ad ora mantenuta segreta e il processo era trasmesso in diretta. Fortunatamente la diretta aveva 15 secondi di ritardo e l’audio è stato silenziato in tempo.

In più occasioni, scrivono i quotidiani australiani, Boyce non è riuscito a rispondere alle domande dei giudici o lo ha fatto a monosillabi, aggiungendo a un certo punto: «Sto cercando di dire una cosa importante, anche se non molto bene». Tra le domande alle quali non ha saputo rispondere ce ne sono tre in particolare: perché il cardinale avrebbe dovuto prendersi il rischio di abusare di due ragazzini in pubblico, in sacristia, con il rischio altissimo di essere visto? Com’è possibile che nessuno si sia accorto di niente? Come ha potuto farlo se dopo ogni messa andava a salutare i fedeli fuori dalla chiesa, come affermato da diversi testimoni?

«DOVREBBERO IMPICCARLO»

La difesa, inoltre, ha insistito ancora una volta sul punto della «impossibilità» pratica dell’abuso. Secondo il querelante, il cardinale avrebbe costretto le vittime a un rapporto orale mentre indossava i paramenti liturgici. Questi, secondo la difesa, sono così costrittivi che Pell non poteva neanche «andare in bagno» senza prima toglierseli, tanto meno avrebbe potuto compiere un’attività sessuale. Un testimone, inoltre, aveva dichiarato che Pell si faceva sempre aiutare per svestirsi dei paramenti liturgici e che non avrebbe potuto esporre i suoi genitali da solo senza prima levarseli.

Il clima attorno al processo in Australia è molto teso. Al di fuori del tribunale decine di persone si sono riunite per chiedere la condanna di Pell. Una di queste, come riporta l’Associated Press, si è augurata che «mettano una corda intorno al collo di Pell».

Foto Ansa