Pasolini, un cattolico come nessun altro

Di Luca Doninelli
17 Settembre 2025
Così Doninelli celebra per “Vita e Pensiero” il grande artista e intellettuale di Casarsa. «Amò le vestigia romane, le chiese paleocristiane, le catacombe, ed è come se i suoi “ragazzi di vita” non fossero altro che gli abitatori sopravvissuti di quel mondo, i testimoni selvaggi di un’Italia più vasta e profonda, totalmente dimentica di sé»
Pier Paolo Pasolini (foto Ansa)
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) durante le riprese del film Il gobbo (foto Ansa)

Per gentile concessione di “Vita e Pensiero”, bimestrale culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblichiamo di seguito un articolo di Luca Doninelli contenuto nel numero 4/2025 (luglio-agosto) della rivista, in uscita venerdì 19 settembre. L’articolo è uno dei tre interventi su “Pasolini, intellettuale sempre controcorrente” ospitati da Vita e Pensiero in occasione del 50esimo anniversario della morte dell’artista e intellettuale di Casarsa. Gli altri contributi sono firmati da Roberto Carnero e Sivlia De Laude.

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Sarebbe sbagliato scrivere di Pier Paolo Pasolini senza tenere conto di tutta un’Italia, e non poca, che non l’ha affatto celebrato come il più grande intellettuale del XX secolo, come il grande e per tanti aspetti definitivo narratore di un paese incomprensibile come il nostro.

Copertina del numero di luglio-agosto 2025 della rivista “Vita e Pensiero”

Pasolini è stato anche odiato, osteggiato, dileggiato. E non era gente da poco. Ricordo bene quando, nel 1990, un mio articolo su Pasolini fu personalmente cestinato dal più grande giornalista della storia d’Italia, Indro Montanelli, al cui Giornale avevo l’onore di collaborare. Il motivo: avevo celebrato un autore sopravvalutato. Io me la presi molto, tanto che ricevetti una telefonata nientemeno che di Mario Cervi, il quale con un certo garbo mi fece capire che se avessi insistito con certi argomenti la mia collaborazione con il quotidiano si sarebbe dovuta considerare terminata.

Ci sono stati fior di giornalisti e intellettuali che non solo non amavano Pasolini (il quale ricambiava, va da sé) ma lo consideravano una specie di impostore, di inquinatore della verità storica. I suoi interventi apparivano più una congerie di sospetti che verità comprovate, Pasolini faceva della poesia e non del giornalismo, e pretendeva di usare la propria biografia (che andava incessantemente costruendo, con una lucidità spietata) come piede di porco per scassinare le saracinesche chiuse dei tanti misteri di questo paese.

Sarebbe sbagliato considerare Pasolini senza la nobiltà dei suoi detrattori, giornalisti di altissimo profilo che, nel racconto delle vicende quotidiane d’Italia, facevano proprio il metodo dei grandi narratori, mostrando non solo di conoscere la natura umana ma anche la politica, l’economia, la psicologia, la strategia bellica: perché tutto andava documentato, comprovato. L’immagine del grande giornalista italiano (come appunto Montanelli, o come la razza perduta dei grandi inviati) era quella di un cronista molto preparato, capace di stare vicino al potere quanto basta per poterlo raccontare, senza mai però bruciarsi le ali.

Con Pasolini la latente, sempre possibile ipocrisia di queste narrazioni venne violentemente alla luce con la forza – questa è la mia tesi – della Poesia. Il Potere non lo si documenta, magari dissociandovisi: lo si sfida con una parola diversa, che conosce il Potere senza esserne conosciuta. Quando, nella sua poesia forse più celebre, si definisce «una forza del passato», Pasolini traccia una mappa assai precisa dell’Italia, un’Italia arrampicata su per monti e bricchi, pievi e monasteri, palazzi e stalle, contadina (come si è detto forse troppe volte) e certamente cattolica ma secondo un’accezione di questa parola che nel frattempo l’Italia aveva perduto.

Ma prima di parlare del suo cattolicesimo è bene parlare della sua poesia. Riconosciuto e segnalato da molti fin dal suo primo libretto in lingua friulana (si leggano le recensioni che gli dedicò Giorgio Caproni), Pasolini concepì la poesia non come squisita composizione letteraria, ma come arma capace di sollevare la spessa vernice che ricopriva un paese che non voleva sapere più nulla di sé.

Non fu il primo a scaraventare la parola poetica in faccia al mondo. Si racconta che, allo scoppio della Prima Guerra mondiale, Dino Campana, che si trovava in un’osteria, si fosse alzato di scatto e, a voce alta, avesse dichiarato che all’origine del conflitto c’era il suo rapporto con Sibilla Aleramo. Un episodio che possiamo chiudere con una risata e proseguire (magari con qualche civile distinguo) nel dileggio di cui fu oggetto – anche da parte dei nostri intellettuali – il poeta di Marradi.

Pasolini in fondo fece lo stesso, ma con una consapevolezza più vasta, quando la sua forza del passato calò su Roma, ossia sul centro di tutto questo marasma. L’apparente follia di Dino Campana si ripresentò con ragioni forti e nuove. Pasolini frequentò le borgate non con una passione sociologica ma perché lì era ancora reperibile l’antichità millenaria dell’Italia. Amò le vestigia romane, le chiese paleocristiane, le catacombe, ed è come se i suoi “ragazzi di vita” non fossero altro che gli abitatori sopravvissuti di quel mondo, i testimoni selvaggi di un’Italia più vasta e profonda, totalmente dimentica di sé. Provò pena, viceversa, per la “generazione sfortunata” del ’68 anche se fu poi anche una parte di quel movimento ad adottarne la lingua e alcuni temi (ricordo bene le infinite discussioni dei miei cugini e amici più grandi a proposito di Teorema).

Con la forza della Poesia Pasolini conquistò il cinema, ottenendo il favore di alcuni maggiorenti della nona musa e sfidando la diffidenza di altri (un nome: Federico Fellini). Come scrittore, drammaturgo e cineasta, Pasolini non cercò il capolavoro, l’opera perfetta, e forse non ne era capace. Ma Pasolini non era un cineasta e nemmeno un romanziere: era un poeta che usava romanzo cinema teatro per ampliare il raggio delle sue parole.

Questa era la sua forza, anche quando rilasciava interviste o quando interveniva sul Corriere con pezzi di cui la direzione segnalava la non-corrispondenza con la linea del quotidiano. Celeberrimo il suo editoriale «io so […] ma non ho le prove» che rappresenta – già nell’incipit – il contrario di qualsiasi serio approccio giornalistico ai temi di cui tratta l’articolo. I suoi epigoni (pochi all’inizio, tanti poi) hanno, così pare a me, salvato sempre solo un pezzetto di Pasolini, una certa analisi, una certa parola (che so, “omologazione”), una certa insofferenza antiborghese, una critica sociale. Tutto vero. Ma il Pasolini di Teorema, quello della Ricotta, quello della versione del Miles Gloriosus di Plauto sono un unico personaggio antico ma anche “più moderno di ogni moderno” (quindi non propriamente moderno), che ha saputo leggere da capo l’Italia e che forse tanta Italia ama e ha amato proprio perché nella sua opera – troppo complessa per poter essere contenuta in un saggio o in una biografia – ci siamo tutti specchiati senza la necessità impellente di capirla, come accade con certi grandi dipinti barocchi la cui complessità non preclude lo shock dell’impatto.

Che tutto questo possa essere rubricato (sempre si possa rubricare qualcosa) sotto la parola “cattolico” è mia persuasione. Non perché Pasolini fosse un “intellettuale cattolico” ma perché del cattolicesimo (quello del romanico, quello delle chiese barocche, quello di Caravaggio, quello di san Paolo decollato ma forse anche quello che un certo comunismo conservava a suo modo) aveva colto la forza antica e indistruttibile, quella che rende un uomo capace di parlare con tutti.

Pasolini parlava con politici, uomini di cultura, prelati e ragazzetti amati magari una sola notte dicendo le stesse cose, esprimendo lo stesso dolore, la stessa ansia, la stessa rabbia amorosa. Questa forza universale è ciò che io, guardando questo uomo, pensando chiamo, con persuasione, cultura cattolica.

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Luca Doninelli, scrittore e critico letterario, è autore di numerosi romanzi e racconti. Ha vinto il Grinzane Cavour, il Super Grinzane Cavour ed è stato due volte finalista al premio Campiello e una volta al premio Strega. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: “Fa’ che questa strada non finisca mai” (2014), “Le cose semplici” (2015) e “Nero fiorentino” (2023), editi da Bompiani, e “La conoscenza di sé” (La nave di Teseo, 2017).

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