Pasolini e Gaber: artisti geniali, uniti dalla battaglia contro il potere
Non si sono mai incontrati, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber. L’incontro avviene ora, postumo, grazie al lavoro di Valerio Capasa, scrittore e saggista, che ha dato alle stampe Pasolini Gaber. Il potere, la farsa, il cuore (Edizioni di Pagina). Le tre parole del sottotitolo (potere, farsa e cuore) sono, per Capasa, il terreno di incontro tra i due artisti.
Alla fine degli anni Novanta, da giovane studente universitario, si trovò a scoprirli quasi contemporaneamente: leggeva poesie e saggi dello scrittore friulano e la sera, chitarra alla mano, suonava le canzoni del cantautore milanese. «Si sono espressi negli stessi anni, osservando cose simili, e soprattutto – me ne sono accorto nel tempo – spesso anche con le stesse parole e le stesse immagini».
Quali?
Lo spettacolo di Gaber Polli di allevamento del 1978 riprende già nel titolo un’espressione di Pasolini e dialoga con i suoi testi anche attraverso espliciti riferimenti testuali. Vale anche per lo spettacolo Libertà obbligatoria (1976): Pasolini, che era già morto, non aveva potuto vederlo, ma ho ritrovato un’intervista in cui Pasolini usa esattamente la stessa espressione. Non è un caso, probabilmente non si sono influenzati in modo diretto, ma di certo stavano “vedendo” la stessa cosa.
Che cosa vedevano?
Che il nuovo potere, non più repressivo ma permissivo, di fatto obbligava con la forza delle mode. E che ora non solo si poteva fare tutto, ma addirittura si doveva. Se fino a pochi anni prima non si era liberi di decidere con chi sposarsi, ora non avere la fidanzata significava essere un fallito. Era la “libertà obbligatoria” di cui si erano accorti entrambi.
Erano entrambi poliedrici, capaci di maneggiare più linguaggi: cinema e letteratura, e anche molto altro, Pasolini; teatro e canzone Gaber.
Ho provato a pensare, senza pregiudizio, a quali possano essere figure simili a loro nel panorama attuale: due personalità sicuramente non di nicchia, che avevano la capacità di leggere il presente con grande profondità artistica, senza scadere mai nella predica. Devo dire che non ne ho trovate.
Le tre parole del sottotitolo (il potere, la farsa, il cuore) sono “illuminate” dai titoli dei tre capitoli in cui il libro è suddiviso. Il primo, quello sul potere, si intitola: L’ansia di essere uguali.
È un’espressione con cui Pasolini afferma che l’omologazione non è solo un diktat che viene dall’esterno, ma è soprattutto un’ansia che nasce dal di dentro delle persone: un’ansia legata al desiderio di diventare come gli altri. L’unico insegnamento desiderato, perciò, non è più quello della tradizione, ormai annientata, ma la pressione di uniformarsi per trovare uno spazio.
Il secondo capitolo, legato alla “farsa”, si intitola: Far finta di essere sani, il titolo di una canzone di Giorgio Gaber.
Ho voluto esprimere così il fenomeno per cui i diversi tentativi di sottrarsi al potere, in fondo, sono rimasti intrappolati nella sua stessa logica. Vale per la Chiesa, per il ’68, per le tante esperienze di solidarietà, per una certa attenzione al corpo come oasi incontaminata, per la rivoluzione sessuale: tutti questi tentativi nel tempo si sono rivelati funzionali al potere, hanno giocato nel suo stesso terreno e addirittura lo hanno replicato. Racconto l’illusione di credere che una leggera alternativa possa essere scambiata per una strada diversa. La Chiesa, per esempio, in quegli anni prova a cercare uno spazio nell’agone pubblico (anche con la presenza televisiva, per esempio) senza accorgersi che il potere consumistico aveva già liquidato l’esperienza religiosa durata secoli, semplicemente annullando l’idea della sacralità della vita. L’alleanza con questa nuova società è per lui un suicidio.
Terzo capitolo: Non aver paura di avere un cuore, il titolo di un articolo di Pasolini sulla sacralità della vita.
Innanzitutto ho notato che la parola “cuore” è molto utilizzata da entrambi. L’ho scelta come parola-chiave perché per me è l’indicazione di una strada possibile, che entrambi, in modo diverso, sembrano suggerire. Rispetto a un potere che si mostra onnipresente, pervasivo, ogni reazione è farsa se l’alternativa non parte dall’io. Ma cosa può mai fare il cuore di un singolo, nella sua apparente irrilevanza? E invece è il punto da cui può partire il cambiamento di un pezzo di mondo. Gaber cantò “Chiedo scusa se parlo di Maria” a un gruppo di extraparlamentari che volevano discutere del Vietnam e della Cambogia: sembrava che conoscessero il mondo ma non ciò che gli era vicino, la loro donna, Maria. Pasolini, dal canto suo, dice che l’unica riforma possibile è una rivolta “non codificata”. Affinché anche la rivolta non diventi una nuova istituzione, è necessario che sanguini sempre del “dolore della creazione”. Entrambi ripongono la speranza nella capacità critica del singolo, ma anche nella sua capacità di provare dolore (“mi fa male il mondo”) e nel desiderio di guardare in faccia la realtà (in Gaber c’è l’immagine di un uomo che si toglie “la benda”). È una posizione che hanno espresso artisticamente ma che hanno anche sottolineato con alcune loro scelte.
Quali scelte?
Gaber, per esempio, a un certo punto è uscito dalla tv. È stato un apparente suicidio sul piano del successo, ma è stato il passo decisivo per costruire il teatro canzone, che è un luogo di pensiero, non solo di esibizione. E anche una decina di anni dopo, quando si era creato un suo pubblico, chiude lo spettacolo Polli di allevamento con la canzone Quando è moda è moda, con la quale dice al suo stesso pubblico che il ’68 è diventato una moda e che bisogna tornare a rivendicare l’originalità del pensiero. Vale lo stesso per Pasolini, che davanti alle Ceneri di Gramsci dice di “essere / con te e contro te”, il che vuol dire che sono “con te” nell’ideologia e nelle categorie di interpretazione politica, ma sono “contro te” nelle “buie viscere”.
Sono interessanti anche i titoli dei paragrafi, che spesso partono da espressioni dei due. La televisione è peggio della bomba atomica è uno dei titoli.
Pasolini dice chiaramente che Carosello è fascista e il Vaticano dovrebbe censurarlo, perché è un programma repressivo. Cosa lo rende tale? Il fatto che un italiano vede la pubblicità e imita, non ha il tempo di dialettizzare, perché il linguaggio dell’immagine è più efficace di ogni linguaggio verbale. Fa degli esempi modernissimi: sulle Kessler, per esempio, e sulle “rotondità del corpo, così come se le immagina, se le sogna, le vuole un vecchio commendatore sporcaccione e bigotto”.
Profetico è parola abusata per Pasolini, ma non si può negare un certo sguardo in avanti leggendo parole come queste.
E pensare che siamo molto prima di Mediaset, prima cioè dell’idea di televisione berlusconiana che viene indicata come simbolo di questa deriva. Pasolini afferma questo rispetto a una tv che a noi oggi sembra innocente. Rispetto al potere dell’immagine, con i miei studenti richiamo spesso Pasolini che, di fronte alla pubblicità di una moto con una ragazza in sella (proposta come un chiaro simbolo assieme alla moto, inserita nella stessa logica di possesso), si accorge che nessun discorso della tradizione potrà mai vincere contro la seduzione di quell’immagine. Nessun esempio di sacrificio di un padre potrà mai competere con quel modello di vita tanto attraente, fatto solo di immagini.
La tv distruggeva anche la diversità linguistica. Nel libro se ne parla in un paragrafo intitolato: Che lingua fa?.
Pasolini si accorgeva che il “Centro” stava distruggendo le infinite varietà della lingua: se la casalinga del Sud e l’imprenditore avevano in bocca la stessa parola, “frigorifero”, stavano cedendo la propria identità a un modello unico e non ai loro padri e alla loro storia. Sono memorabili alcune sue provocazioni, come quando ricordava che l’italiano non era più la lingua del sì, ma era diventata la lingua dell’esatto, perché ormai si rispondeva “esatto”, proprio come Mike Bongiorno aveva mostrato in tv a tutti gli italiani. Peraltro quella non era appena la lingua della tv, ma la lingua tecnocratica che passava attraverso la tv: le industrie, non più la letteratura, erano diventate la fonte della lingua.
C’è poi il conformismo degli anticonformisti.
“Oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!”: non hai mai pianto su un battistero, e non hai capito che ti stavi ribellando a un potere morto. Il Pasolini “conservatore” si accorgeva che, chi disobbediva, di fatto buttava via la tradizione, facendo proprio quello che il nuovo potere desiderava. La lotta di classe rovesciata, come negli scontri del ’68, in cui i proletari erano i poliziotti, mentre i rivoluzionari erano i borghesi.
Tra le provocazioni c’è anche quella di “abolire la scuola d’obbligo”.
Pasolini diceva che se si voleva davvero combattere la criminalità bisognava fare due cose: abolire la scuola dell’obbligo e la televisione, perché in realtà i criminali erano i “casi estremi” di “un ambiente criminaloide di massa”, che passava proprio dalla scuola e dalla televisione.
E tu splendi, Gennariello, si intitola un altro paragrafo. È una frase diventata celebre sui social (utilizzata persino in una campagna elettorale: quella, perdente, di Roberto Giachetti a Roma nel 2016).
Sì, ma non tutti sanno che è solo la terza di tre indicazioni che dà a Gennariello: “non rinunciare a niente”, “sii allegro”, “splendi”. Sono tre suggerimenti che arrivano in coda a tre passaggi polemici sugli insegnamenti del mondo. Il mondo ti insegna a rinunciare per essere come tutti, e tu non rinunciare; ti insegna a essere serio, e tu sii allegro; ti insegna a vergognarti della tua bellezza, e tu invece splendi. Letta in questo contesto, significa dire: riscopri quello che sei, perché sei già bello! La bellezza è il tuo dato originario che invece il potere riesce a violare. È come dire: riconquista “un gesto naturale”, per usare le parole di Gaber.
“Se potessi cominciare a dire noi”… Cos’è il “noi” per Giorgio Gaber?
Gaber racconta di aver usato questo pronome in alcuni spettacoli degli anni Settanta perché aveva sentito di avere tanti punti in comune con la “razza” (chiamava così l’ambiente culturale e politico di riferimento) che contestava il modello del benessere borghese. Ma già dal ’76 al ’78 ammette di non riuscire più ad affermarlo: il sogno di quella razza si era infranto, e il “noi”, nella Canzone dell’appartenenza, rimaneva solo come un desiderio irrealizzato. Ma c’è una canzone, del 1996, che si intitola Un uomo e una donna, in cui torna a dire “noi” partendo dall’esperienza di un rapporto amoroso fino ad arrivare al mondo intero: “E poi e poi e poi / non saremmo più soli io e lei / finalmente coinvolti davvero / potremmo di nuovo guardare il futuro / e riparlare del mondo / non più come condanna / ma cominciando da noi / un uomo e una donna”.
L’esempio più bello di questo “noi” però l’ho visto in un’intervista a Sandro Luporini, il coautore dei suoi testi e suo storico amico; quando gli chiedono cosa gli manchi di Gaber, Luporini risponde: “Io e lui talmente cercavamo di capire, di capire, di capire insieme fino a diventare quasi una persona sola”. Il modo commosso in cui pronuncia quelle parole è per me l’immagine più bella di cosa significhi “noi”.
La canzone più bella di Gaber? Lo chiedo a chi per anni le ha ascoltate e cantate quasi tutte.
La canzone di Gaber più riuscita secondo me è I borghesi. È la mia preferita per la qualità della scrittura, perché alterna il parlato al cantato, l’ironia alla denuncia, il drammatico al comico, ma soprattutto perché racconta di un ragazzo che detesta il formalismo degli adulti, li insulta persino, ma alla fine diventa come loro. Insomma, c’è il bellissimo fastidio di un giovane nei confronti del borghesismo dei sistemati, ma si capisce che questo fastidio non è destinato di per sé a costruire: l’esito più probabile è che venga disintegrato dal mondo e finisca per incarnare ciò che odia. La canzone usa proprio la parola “farsa” e io, quando la ascolto, penso a tutte le farse che vedo ogni giorno e che mi danno più fastidio adesso rispetto a quando ero ragazzo: meno male che il fastidio lo sento ancora e non si è fermato all’adolescenza.
Il testo più bello di Pasolini?
Questi versi della poesia Il glicine: “Quanto in te vive – e in me per te trema – / resta represso gemito / di cui non si sa, di cui non si dice. / Ma è possibile amare / senza sapere cosa questo vuol dire?”. Mi commuove perché quello che vive in un glicine, ma anche ciò che trema nel cuore di una persona, è un gemito che rimane represso, come accade nella vita di tutti i giorni. Sembra che non sia mai il momento giusto, e invece quel gemito è la cosa più importante del mondo.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!