Ecco come il partito comunista farà della Cina «la squadra di calcio più forte del mondo»

Entro il 2020, il numero dei cinesi che gioca a calcio dovrà salire a 50 milioni. Entro il 2050 la Cina dovrà essere una delle squadre migliori del pianeta

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La Cina è abituata a fissare obiettivi, individuare ogni singola tappa per raggiungerli e agire di conseguenza. Non a caso il comitato centrale del partito comunista cinese, da quando ha preso il potere nel 1949, ha già realizzato 13 piani quinquennali per l’economia. Ora però il regime sembra essersi fatto prendere la mano e ha deciso di stilarne uno anche per il calcio.

50 MILIONI DI CALCIATORI. Ieri la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha rilasciato il suo piano per fare della Cina una potenza calcistica internazionale. Entro il 2020, il numero dei cinesi che gioca a calcio dovrà salire a 50 milioni. Di questi, 30 milioni saranno studenti delle elementari e degli istituti secondari. Questo sport, quindi, verrà intensivamente insegnato in forma obbligatoria in tutte le scuole del paese.

PIÙ FORTI DEL MONDO. Come conseguenza, entro il 2030 la nazionale cinese maschile dovrà essere annoverata tra le compagini più forti di tutta l’Asia, mentre quella femminile dovrò tornare ad essere «una delle più forti al mondo». Sempre secondo il piano, più trentennale che quinquennale, entro il 2050 la Cina dovrà essere temuta da tutti come una delle squadre migliori in assoluto.

TRE DESIDERI. Il partito comunista cinese non si è mai interessato particolarmente al calcio, che non rientra tra gli sport tradizionali del paese, ma da quando Xi Jinping è diventato presidente è cambiato tutto. Appassionato sin da piccolo, il segretario generale del partito ha più volte insistito sull’educazione dei giovani a questo sport. Da vicepresidente, nel 2011, Xi ha espresso tre desideri per il futuro calcistico della sua patria: qualificarsi a una seconda Coppa del Mondo, ospitare un Mondiale e vincerne uno.

PESSIMI RISULTATI. Dopo le parole di Xi, tutti si sono adeguati per cercare di mettere al suo posto questo tassello del “Sogno cinese” tanto caro al presidente. Ma non sarà facile. “La grande muraglia”, come viene soprannominata la nazionale maschile di calcio, non ha un palmares scintillante: l’unica qualificazione ai Mondiali risale al 2002, dove perse tutte le partite con 9 gol subiti e 0 realizzati. Ha fatto meglio in coppa d’Asia, raggiungendo due volte la finale (1984 e 2004) ma perdendo entrambe le partite. Attualmente, dopo aver sconfitto il Qatar, ha raggiunto il terzo turno per le qualificazioni a Russia 2018.

INVESTIMENTI E ZLATAN. Per diventare una potenza calcistica, la Cina non punta solo sull’educazione dei più giovani. Da qualche anno ricchi imprenditori hanno messo le mani in pasta nel calcio locale ed europeo. Una catena di investitori del Dragone si è preso una buona fetta (13%) del Manchester City, mentre si parla di partnership cinesi anche per le italiane Milan e Inter. Una cascata di milioni sono stati investiti in China Super League, il principale torneo locale: nell’ultima finestra di mercato i club hanno speso 366 milioni di dollari, 100 in più dei club di Premier League, e più di quanto hanno fatto Spagna, Italia, Germania e Francia messi insieme.
Campioni di fama internazionale, come Jackson Martinez, sono approdati a squadre come il Guangzhou Evergrande, allenato dal 2012 al 2014 da Marcello Lippi, poi sostituito da Fabio Cannavaro e Felipe Scolari. Addirittura, si è parlato di un possibile arrivo di Zlatan Ibrahimovic, al quale sarebbe stata offerta la cifra astronomica di 75 milioni di euro all’anno.

PIANI E RISULTATI. Il partito comunista, come sempre, ragiona in termini quantitativi. Nel 2008, c’erano solo 30 mila giocatori di calcio registrati su 1,4 miliardi di abitanti. Il ragionamento che si fa nei pressi di piazza Tienanmen è questo: quando i giocatori saranno 50 milioni sarà facile trovarne 22 per vincere i Mondiali. Ma non sempre i conti tornano e gli investimenti pagano. Quando nel 1957 Mao tornò a Pechino dal vertice mondiale dei partiti comunisti a Mosca, dove aveva promesso per farsi bello davanti a Kruscev che la Cina avrebbe superato l’industria pesante e l’agricoltura della Gran Bretagna, lanciò il secondo piano quinquennale, soprannominato il Grande balzo in avanti. Ma non andò come sperato: la produzione crollò e morirono circa 30-40 milioni di persone. Una cosa sono i piani, un’altra i risultati.

Foto Ansa


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