Lettere al direttore
Viva il parroco per Kirk, viva lo Squalo, viva Gigi Amicone
Caro direttore, intervengo sulla questione del parroco di Giussano e la sua omelia in cui ha ricordato quanto la vedova di Kirk ha detto. «Quell’uomo, quel giovane (cioè Robinson Tyler, l’assassino di suo marito) lo perdono. Perché è quello che ha fatto Cristo ed è quello che avrebbe fatto Charlie». La sezione locale del Pd ha ritenuto il riferimento alle parole della vedova inopportune (sic!). Ovvio la piena solidarietà al parroco. Richiamare al perdono è certamente giusto e distensivo in una società così lacerata e violenta, ma il cristiano non richiama al perdono come a un volontarismo soggettivista (di cui peraltro molti si sentirebbero incapaci o inadeguati) piuttosto ad un realismo cognitivo; come ha scritto Ernesto Galli della Loggia (Corriere della sera, 15.10.25) «avendo scacciato dalla mente l’idea del peccato originale il progressismo ha scacciato da essa anche l’idea del male». Ecco qua è il realismo e la ragionevolezza che va predicata, qua sì si dà scandalo come il cristianesimo deve dare per non scadere in un buonismo sdolcinato. W il parroco!
Gian Mario Gatti
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Gentile direttore, devo essere sincera e ringraziarvi per tutte le modalità che mettete a disposizione: Tempi cartaceo, online, la newsletter con tutte le sottolineature tipo “Squalo chi legge” e gli approfondimenti. Ricordo un aneddoto di diversi anni fa in cui mi lamentavo perché non trovavo Tempi settimanalmente nell’edicola vicino a casa mia e, già all’epoca, mi era stato detto che, nonostante preferisca la carta stampata, anche l’online e le altre modalità potevano incontrare le mie preferenze. Ora le apprezzo molto e soprattutto la rubrica “Squalo chi legge” mi dà punti di lettura perché, come dice il mio collega, continuo ad essere «spregiudicata nelle mie letture». Fiera di esserlo, grazie anche a Tempi.
Maurizia Fabris
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Ciao Gigi, l’altro giorno il cuore mi ha fatto uno scherzo bruttissimo: ha provato a fare le bizze proprio quando mi accingevo ad uscire per partecipare alla celebrazione della Santa Messa in tuo suffragio e così sono finito in ospedale, dal quale ti scrivo, oggi. Ma tu, l’ho capito, avresti mal sopportato il dover condividere con me il giorno preciso della salita al cielo e addirittura con le stesse modalità, eh? Così, ti sei dato da fare, come solo tu sai fare quando ti metti in testa una cosa, e devi aver rotto così tanto le palle al Capo lassù (del quale sei ormai amico intimo e prediletto, diciamolo!) che sei riuscito ad ottenere che mi lasciasse ancora un po’ qua… vabbè, sempre “pruvisori”… Così, avresti continuato a ad avere una messa in suffragio tutta per te, eh? Tanto lo so, che ti sei messo d’accordo anche con quell’altro, sì… mio fratello prete! Tu e Anas vi siete messi d’accordo e dati manforte per fare una imboscata delle vostre al Capo che, come al solito accade con voi, non ha potuto capire molto delle vostre banali ragioni (salvare uno come me…), per quanto egregiamente esposte, ma non ha avuto il coraggio di dire di no e, così, ha ascoltato le vostre insistenze! Non Gli avete detto, però, che il farmi restare quaggiù non sarebbe stata solo una Grazia per me, un vostro gesto altruistico ma, lo so, anche il continuum di una relazione esclusiva solo per voi privilegiati che siete partiti prima, che vi state già egoisticamente godendo, tagliandomi ancora fuori, eh? Non fa niente… va bene così! Io, intanto, ringrazio te e padre Anas, per la protezione offertami durante la corsa in ambulanza prima, e in sala operatoria dopo, dove l’impegno profuso, che ho implorato, si è infine toccato con mano: son qui e scrivo; ne sono dunque la prova! E poi… gli amici si vedono nel momento del bisogno! Grazie! Fatene ancora di cose così, ce n’è bisogno!
Para (l’infartuato)
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