Parma, l’inceneritore ha cominciato a fumare. E anche Pizzarotti (di rabbia)

Nessuna contestazione all’avvio dei forni, nemmeno quella degli ambientalisti. Se il termovalorizzatore di Uguzzolo ora fosse chiuso, la città avrebbe dovuto pagare al gruppo Iren una penale da 180 milioni di euro

Fuma già che è un piacere il camino del termovalorizzatore di Parma che, dopo otto anni dalla prima delibera e quattro dalla posa della prima pietra, ha cominciato a bruciare rifiuti. E fumano verosimilmente di rabbia il sindaco pentastellato Federico Pizzarotti nonché il suo padre e padrone, il comico Belle Grillo, guru del Movimento Cinque Stelle, che sulla chiusura dell’inceneritore (insieme a moralità e bilancio comunale) avevano costruito la credibilità e il successo del loro partito nella corsa alla poltrona di primo cittadino.

PERSA LA FACCIA? «Dovranno passare sul mio cadavere», aveva assicurato Pizzarotti in campagna elettorale, promettendo che «qui l’inceneritore non lo faranno mai». «A Parma l’inceneritore non si farà più», aveva ribadito Grillo commentando la «grandissima vittoria» del suo uomo. L’altra mattina, però, il forno di Uguzzolo ha cominciato a funzionare così come stabilito dalla sentenza del Tar del 3 agosto scorso, sospendendo lo stop deciso da Comune e Provincia e dando ragione a Iren, la società energetica che ha costruito l’impianto. Significativo il fatto che, come riferisce l’Ansa, nessuna manifestazione di cittadini contrari abbia interrotto i lavori di messa in moto dell’impianto. Nemmeno si sono visti i membri del comitato ambientalista Gcr che ha sposato la campagna del sindaco.

LA VICENDA. Le complesse vicende giudiziarie in cui si sono invischiati l’Iren e il termovalorizzatore di Parma, un impianto come altri sette ce ne sono in Emilia e una cinquantina in Italia, sono di lunga data (otto anni) e precedono di molto l’avvento dei grillini in città. Sono tra l’altro costate finora qualcosa come 180 milioni di euro in spese legali e consulenze. Fatto sta che il sequestro degli impianti disposto dalla Procura è stato respinto da Gip, Tribunale del riesame e Cassazione. A quel punto a Pizzarotti, che aveva assunto pure un consulente della Procura di Napoli per rovistare nelle carte dell’Iren, non è rimasta che la sola possibilità di aggrapparsi alla burocrazia per rallentare i lavori e il 3 luglio ha negato il certificato di agibilità all’inceneritore, bloccando le prove in corso per quasi due mesi. Ma Iren ha vinto davati al Tar. Ora le cause per i danni (stimabili, riferisce Dario Di Vico, in 200 milioni al giorno) faranno il loro corso.

PIZZAROTTI CHE FA? Pizzarotti ha affidato le sue spiegazioni a una lettera ai suoi elettori ripresa sul sito del Movimento 5 Stelle di Parma: «Ci rammarichiamo perché non siamo riusciti a fermare l’inceneritore di Parma», scrive il primo cittadino. «Mi auguro che dell’inceneritore, e degli inceneritori in generale, se ne continui a parlare, ponendo la riflessione su quello che è stato e su quello che sarà la nostra nuova politica». E ancora: «Ho fatto tutto ciò che era possibile fare con i poteri di un sindaco». «Sull’ambiente, poi, non torneremo indietro né cambieremo posizione: è aumentata la raccolta differenziata». E, infine, la sorpresa: «Parleremo con Iren per arrivare a soluzioni condivise, di beneficio economico ed ambientale per la città».

TUTTO BENE QUEL CHE FINISCE BENE. Già, perché in realtà, come ha scritto Giuseppe Salvaggiulo sulla Stampa del 28 agosto, è dalla fine dell’anno scorso, quando è sfumato il sequestro, che «Pizzarotti si era reso conto di avere armi per lo più spuntate. E ha aperto una fase nuova, all’insegna della riduzione del danno. Deludendo qualche pasdaran che invocava il blocco del cantiere, ha ammorbidito i toni con Iren e aperto la via della collaborazione per spingere la raccolta differenziata (che ha superato il 50 per cento) con il sistema porta a porta da estendere a tutta la città nei prossimi sei mesi». Quanto all’inceneritore, prosegue Salvaggiulo, «il Comune s’impegnerà nei controlli ambientali, ma senza un fucile puntato». Pizzarotti ha venduto cara la pelle o a solo perso la faccia? Una cosa è certa: se il sindaco avesse vinto la sua battaglia e l’inceneritore ora fosse chiuso, avrebbe obbligato i cittadini di Parma a pagare una penale da 180 milioni di euro. Solo per mantenere una promessa elettorale.