Non è più il tempo delle buone parole. È il tempo del combattimento. Tra la grandezza e il niente

Dietro i killer del Bataclan, sono forse centinaia di migliaia i giovani che, come loro, altro non vedono che le nostre pompe del diavolo e la loro “Giustizia”

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Anticipiamo l’editoriale tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Hollande può scatenare «la repressione più spietata» che vuole. Non è vero che la repressione (così come la guerra internazionale all’Isis richiesta da anni dalle minoranze religiose e specialmente cristiane martirizzate in Siria e in Iraq) non sortirà effetti. È indispensabile. Ma insufficiente. Perché? Perché, come ha scritto il nostro Rodolfo Casadei, «le questioni antropologiche, le questioni esistenziali, le questioni spirituali» che già la strage di gennaio di Charlie Hebdo aveva sollevato, «sono ancora lì, senza risposta». Giustamente Casadei ricorda che «stavolta i terroristi non hanno ucciso cristiani, ebrei e blasfemi, meritevoli di morte secondo la loro interpretazione del Corano». Stavolta «hanno assalito direttamente il non-senso della vita degli infedeli». Così, «quando si conosceranno i nomi e le biografie degli attentatori, si scoprirà che la maggioranza di loro è nata e cresciuta in Europa. Hanno avuto a disposizione le opportunità e le libertà che hanno tutti i giovani europei». E le hanno odiate. Odiate fino a trascinare nell’abisso della morte centinaia di loro coetanei. Perché?

tempi-parigi-attentatoMetteteci tutte le propensioni a delinquere di chi proviene dai ghetti e dalle banlieue europee. Metteteci tutte le sociologie e psicologie da “società liquida” ed “esistenze virtuali da social-network”. Metteteci tutti i conflitti tra modernità e islam, tra globalizzazione e comunità arcaiche, le frustrazioni materiali e l’islamismo politico totalitario che alle frustrazioni suggerisce il rimedio feroce, rivoluzionario, nichilistico, del terrore…

Ma, ehi!, i killer del Bataclan e i kamikaze allo stadio di Parigi erano dei ventenni. E dietro di loro sono forse centinaia di migliaia i ventenni che, come loro, non vedono altro che le nostre pompe del diavolo e la loro Giustizia. E allora metteteci anche tutto lo scetticismo e cinismo spesi a convincere i ragazzi che cercare il senso ultimo della vita, cercare Dio, è una passione inutile. Facciano buon sesso e buone canne, un buono sport e un buon rock and roll. E se vien loro la nostalgia di un bene, dategli una buona causa Google e convocatelo a una buona associazione di volontariato.

Poi, una sera, al concerto, racconta Célia al Figaro, «l’atmosfera era molto gioviale. La band aveva suonato per circa un’ora. Quando hanno attaccato il pezzo Kiss the Devil e le parola dicevano “Ho incontrato il diavolo e questa è la sua canzone”, abbiamo sentito le prime detonazioni. Erano in quattro. Ragazzi sui vent’anni. Non belli. Ma nemmeno sembravano diavoli». Non è un film di Tarantino, non è YouTube, non è la vita in Facebook. È quella t-shirt intrisa di sangue per i proiettili sparati da ragazzi ventenni come Célia. «Ho incontrato il Diavolo e questa è la sua canzone». E ora invece andate a leggere la storia raccontata sul settimanale Tempi da un ragazzo che dice: «Mi chiamo Hassan, sono musulmano, ho incontrato una coppia italiana. Mi hanno fatto vedere, anzi mi hanno reso partecipe, della grandezza in cui vivevano». Spiacenti. Non è più il tempo delle buone parole e delle buone azioni. È il tempo del combattimento. Tra la grandezza e il niente.

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