Arresto Papa, la politica si è consegnata al partito dei magistrati – Rassegna stampa/1

La Camera ha dato ieri il via libera all’arresto di Alfonso Papa con “un voto politico, un voto di scambio tra coscienza e interesse, con il quale i deputati hanno disonorato l’istituzione che abitano consegnando alle voglie manettare della procura e del tribunale di Napoli un componente del loro plenum, l’onorevole Alfonso Papa”

Ieri la Camera ha votato a favore dell’arresto del parlamentare del Pdl Alfonso Papa. Il Senato si è invece espresso in modo contrario agli arresti domiciliari per il senatore Pd, poi Gruppo misto, Alberto Tedesco. E’ “infame il voto, un voto politico, un voto di scambio tra coscienza e interesse, con il quale i deputati hanno disonorato l’istituzione che abitano consegnando alle voglie manettare della procura e del tribunale di Napoli un componente del loro plenum, l’onorevole Alfonso Papa” (Foglio, p. 1).

“Papa, oltre che un indagato titolare della presunzione di innocenza, è un deputato della Repubblica, e i deputati che nella sua storia la Camera ha consegnato alla galera, giusta o sbagliate che fosse la loro scelta, erano finora quattro. Eran tutti legati alla stagione più dura della guerra fredda, a presunti reati contro la sicurezza dello stato, in un contesto di guerra civile strisciante (…). La decisione di ieri della Camera ha questo solo significato, peraltro contraddetto dal voto contrario del Senato: dobbiamo dare in pasto all’opinione pubblica eccitata dal circuito mediatico-giudiziario, in una specie di ordalia tribale mascherata da libertà di coscienza, uno dei nostri, un quaquaraquà sacrificale. Papa poteva e doveva essere processato per gli indizi di reato che lo riguardano, ma la galera preventiva a un deputato è stata votata come simbolo della capacità del parlamento di partecipare al banchetto della giustizia sommaria” (Foglio, p. 1).

“E’ un gesto di sottomissione al partito dei giudici, alla sua logica militante e antigiuridica, la stessa che portò il pool di Milano, nel fatale 1994, ad appellarsi in tv al popolo contro il decreto Biondi del primo governo Berlusconi; e a farlo con il formidabile argomento, costituzionalmente eretico, secondo il quale la carcerazione preventiva era il loro specifico mezzo di indagine. Bobo Maroni fu allora dalla loro parte, e dispiace che un buon ministro dell’Interno, per motivazioni di bottega poco persuasive, si sia ricollocato dalla stessa parte quasi vent’anni dopo. (…) Bersani, subito circondato da un’altra inchiesta ‘condizionante’, che passa dal caso del suo consulente politico Pronzato a un valoroso faticatore della sinistra milanese, quel Penati che ha guidato la campagna per eleggerlo segretario del Pd e ora è sotto schiaffo per vecchie storie di Sesto San Giovanni, ha detto che si è incrinata la maggioranza. Stupidaggine politica insigne” (Foglio, p. 1).

“Questo voto scandaloso (…) riguarda la definizione di una rigorosa autonomia del potere politico dalle ambizioni militanti del partito mediatico-giudiziario. Una Camera che si consegna mani e piedi a Henry John Woodcock ratifica la sua irrilevanza e merita di sopravvivere nell’ignavia” (Foglio, p. 1).