Un Papa non può essere super partes

Dovrebbe finire questo gioco a esigere da Francesco una posizione neutra che un Papa non ha e non potrà mai avere

Cronache dalla quarantena bis / 4

È comprensibile che essendo laicista Marine Le Pen si arrabbi ogni qualvolta papa Francesco si dice “preoccupato” del “populismo”. Fu battezzato di “populista” dai suoi critici argentini il giorno stesso della sua elezione a capo della Chiesa («Bergoglio combina il tocco populista di Giovanni Paolo II con la sottigliezza intellettuale di Ratzinger. Ed è più politico di entrambi»). E così, ogni qualvolta le circostanze gliene forniscano l’opportunità (come nel caso Conte preferito a Salvini nella crisi di governo 2019 o nel caso Biden preferito a Trump nelle elezioni americane del 2020), il Papa non lesina a ribadire le proprie “istintive” – sotto il profilo umano e di ciò che gli viene dallo Spirito Santo, così l’ho sentito dire – simpatie.

Mi sembra chiaro che i “populismi” cosiddetti non soltanto non sono la sua tazza di tè, ma proprio “mi preoccupano”. Perciò mi è sembrata scomposta la reazione della candidata alle presidenziali francesi 2022: «Il Papa si occupi di chiesa non di urne». Un Papa si occupa di quello che vuole. Poi ciascuno è libero di pensarla come vuole. Vero che la dimensione politica dei pontificati precedenti, e in special modo quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, risultarono piuttosto ostici e, anzi, sgradevoli agli occhi e orecchi dell’establishment e cultura dominanti. Ma una certa discontinuità di toni e contenuti di papa Francesco, oltre naturalmente a riflettere carattere e originalità della persona che siede attualmente sul soglio di Pietro, confermano efficacemente l’appartenenza di Francesco al filone della grande tradizione (per esempio rinascimentale) di papati fortemente consapevoli – in atto e in potenza – delle proprie prerogative di massima autorità della Chiesa.

E se non si fosse ancora capito: il caso Enzo Bianchi, il divieto di benedire le unioni gay, l’atterramento nella polvere di ogni posizione precostituita nello stesso Vaticano e a livello di tutti i movimenti, associazioni e congregazioni ecclesiali, costituiscono un registro precipuo del governo di questo Papa.

C’è poi un ulteriore aspetto della unicità e universalità petrina: il Padreterno ha dato a Gesù Cristo nientemeno che casa a Roma. Caciarona e ladrona come la conosciamo. Eppure fortezza planetaria perché “a Roma c’è il Papa” (da cui l’antico adagio del civis romanus, Attila o Covid che sia, “c’avemo er Papa e annoi chi c’ammazza?!”). Poiché in fin dei conti la grandezza dell’Italia nel mondo non viene dal nostro Risorgimento, dai nostri partigiani o, come in una favola di Carlo Collodi, dai nostri illustri Draghi e Cavalieri.

D’altra parte, sia esso un Borgia, un Ratzinger o un Bergoglio, vale per tutti ciò che disse a Pietro lo stesso Gesù Cristo (evitando mi pare di menzionare la “collegialità” secondo Alberto Melloni): «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Matteo 16, 13-20).

Perciò dovrebbe abbastanza finire questo gioco a esigere da Francesco una posizione super partes che un Papa non ha e non potrà mai avere. Essendo per di più iscritto nel suo dna – materiale oltre che spirituale – la parte di “romano Pontefice”.

Chiaro che una cosa sono i “papalini”. Un’altra i “papisti”. Papalino è per esempio  il “non capisco ma mi adeguo”. Papista è il “non capisco ma cerco le ragioni”. Io sto, anarcoresurrezionalisticamente, contro la fuffa dominante e neanche il Papa può obbligarmi a votare Pd o i campesinos di Greta. Meglio. Essendo io cattolico convinto e apostolico, il Papa mi potrebbe obbligare. Pensate al non expedit di Leone XIII che giudicò “non conveniente” la partecipazione dei cattolici alle prime elezioni dell’Italia unita massonicamente contro la Chiesa. Pensate alla scomunica dei comunisti da parte di Pio XII, all’estromissione di Hans Kung dalla cattedra di teologo cattolico e allo stop a tutta la teologia della liberazione da parte del pontificato Giovanpaolino.

Fortunatamente, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, I suppose, ad oggi papa Francesco che la pensa come la pensa, non ha scomunicato Trump né ha scritto un non expedit contro chi vota Meloni e perfino Marine Le Pen. 

Poi si può dire tutto, a torto o a ragione, e personalmente con gran torto dico che devo competere contro gli attacchi di accidia per concentrarmi nella lettura dei suoi discorsi e delle sue encicliche. Mentre mi risultano molto istruttivi e piacevolmente edificanti, certi suoi discorsi a braccio, le omelie della Messa mattutina a Santa Marta, le conferenze stampa in andata e ritorno nei suoi viaggi aerei a “confermare la fede” dei cristiani in giro per il mondo. Ma sopra a tutto, una cosa ho riscoperto grandiosa seguendo grazie al nostro Leone Grotti il viaggio di Francesco in Iraq: ovunque si rechi il papa parla italiano! Ecco quelli che ci dovrebbe stringere tutti noi italiani intorno al Papa, a questo Papa, fossimo noi massoni radicali, cattolici adulti, clan arcobaleno, atei devoti, comunisti, giustizialisti, manettari…. e non soltanto buoni patrioti, sovranisti, populisti.

Ecco, sia egli tedesco o argentino, la prima lingua con cui il Papa comunica con il mondo è l’italiano. Ci avete mai pensato? Dall’Africa al Medioriente, dalle Americhe alle Filippine, il Papa parla, celebra, benedice, conferma la fede dei popoli, sempre e primariamente nella lingua che – come diceva Manzoni –, sciacqua i suoi panni in Arno. Conciosaccosacché siamo fieri e orgogliosi di avere il Papato. E questo Papa. Cosa credete interessi l’Italia nel mondo e cosa credete stanno a fare a Roma i corrispondenti di giornali e tv di tutto il mondo, oltre alla dolce vita di felliniana memoria? Perciò, Francesco, tanti auguri per i primi tuoi otto anni di pontificato. E sincera e facile obbedienza anche se non sei la mia tazza di tè.

Foto Ansa