Paolo VI santo. Non conformatevi, ma convertitevi

Da cosa si ricomincia a vivere? Cosa abbiamo davanti? Testimoni di una maniera nuova, inattesa, impensabile di essere uomini

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Paolo VI santo. L’eccezionalità dell’evento è anche dovuta alle circostanze storiche attuali non del tutto in linea con la politica ecclesiastica di papa Montini. Se agli inizi due fatti sembrano condurre ad un medesimo risultato, la nascita del centrosinistra (1962-63) con a capo della Dc Amintore Fanfani e l’anno dopo Aldo Moro, in alleanza con i socialisti di Pietro Nenni e l‘avvio del Concilio Vaticano II con papa Giovanni XXIII (1962) favorevole ad un aperturismo della Chiesa verso il mondo moderno e alle realtà sociali meno avvantaggiate, è interessante la testimonianza di padre Henri-Marie de Lubac che fin dall’inizio seguì i lavori dei padri conciliari. L’allora cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, coltivò l‘idea di un Concilio che realizzasse una radicale riforma della Chiesa in senso progressista, sganciandosi da una tradizione troppo vincolata ancora a residui della Riforma tridentina.

Portò con sé a Roma il fidato e intelligente collaboratore Giuseppe Dossetti che aveva le sue buone entrature con Paolo VI tramite il teologo Carlo Colombo, uomo molto ascoltato da Montini. Il pauperismo della Chiesa stava molto a cuore al cardinale Lercaro che guardava con simpatia al centrosinistra ai suoi primi passi. Papa Montini aveva l’abitudine di ascoltare tutti, ma rivendicava poi il diritto di decidere con libertà e piena coscienza, dopo aver molto pregato per ricevere lumi nelle cose più gravi. De Lubac, nei suoi Diari del Concilio, annota la sorpresa di Dossetti nel vedersi allontanato da papa Montini che lo giudicava troppo “politico”. La conclusione del Concilio, l‘8 dicembre 1965 lasciò scontenti coloro che si aspettavano più riforme e quanti, invece, giudicarono la Chiesa incamminata verso aperture eccessive.

Così come accadde tre anni più tardi con l’Enciclica Humanae vitae. Il Santo Padre si espresse fermamente e chiaramente con il suo no alla contraccezione chimica. Ma non si trattò di un’enciclica piena di divieti. Certamente i dissensi furono forti e diffusi, dentro e fuori della Chiesa. È noto altresì che le tesi di una larga maggioranza degli addetti consultati dal Papa erano orientati ad indulgere sul tema della contraccezione. Paolo VI da quel momento fu lasciato solo, isolato dai media, tradito da gran parte degli intellettuali cattolici che poi, con il divorzio, dettero vita ai “cattolici del no”.

La fine degli anni 60 evidenziò una linea di demarcazione vistosa, profonda, i cui esiti sono ancora più riconoscibili di allora. Pier Paolo Pasolini fu il primo a parlare di mutamento antropologico stigmatizzando i rivoluzionari di professione, figli dei ricchi, che manifestavano ben vestiti contro i poliziotti venuti su da terre povere e famiglie provate da disgregazioni sociali.

La rivoluzione sessuale non fu (e non è) un fenomeno di costume in nome del quale l’odio anticristiano esplose nelle scuole, nelle fabbriche, nei movimenti politici e in certo associazionismo. Molti si vergognarono della Humanae vitae, perché al principio del piacere preferiva quello di realtà. La realtà dell’amore, l’amore che genera, che costruisce, che non dilapida. Nel 1970 dalla Cecoslovacchia sotto la dittatura comunista giunse una Lettera ai cristiani d’Occidente, cioè a noi uomini liberi.

Scritta dal grande Josef Zverina esortava a non conformarci alla mentalità di questo mondo, a non assumerne lo schema, le movenze, i pensieri… E oggi tutti, o quasi, riconoscono il suicidio dell’Occidente.

Da cosa si ricomincia a vivere? Cosa abbiamo davanti? Testimoni di una maniera nuova, inattesa, impensabile di essere uomini. Desiderosi di cambiare la radice da cui il cuore trae i motivi di una speranza che non muore. Scriveva Zverina: non conformatevi, ma convertitevi. Grazie alla Chiesa e ai suoi santi oggi è possibile.

Foto Ansa

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