Pakistan, storia di Fouzia e di tante altre come lei. Rapite, violentate e costrette a convertirsi all’islam

Il caso della 25enne, madre di tre figli e rapita dal suo “padrone”, fa luce su un fenomeno assai diffuso nel paese. E che coinvolge molte minorenni

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Pakistan

Rapita e costretta a convertirsi all’islam. È la storia di Fouzia, pakistana di 25 anni, madre di tre figli, e di altre migliaia di sue connazionali. Il rapimento è avvenuto il 23 luglio scorso nella regione del Punjab, a Pattoki, per mano di Muhammad Nazir, musulmano di 55 anni, padre di otto figli, e proprietario dei terreni dove i familiari della vittima lavoravano come braccianti.

CRISTIANE E INDU’. Nonostante l’uomo avesse minacciato ripercussioni sulla figlia nel caso di un’eventuale denuncia, la famiglia di Fouzia ha deciso di non arrendersi e di rivolgersi a un avvocato cristiano, Sardar Mushtaq Gill, che ha convinto la madre a sporgere denuncia. Il caso ha gettato luce su un fenomeno molto più ampio che coinvolge migliaia di donne, in maggioranza minorenni.
La Aurat Foundation, Ong che difende i diritti delle donne pakistane, nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto allarmante sulla “conversione forza all’islam”, spiegando che le vittime sono sopratutto cristiane e indù. Nel documento si legge che ogni anno sono circa mille le ragazze, anche minorenni, che vengono rapite, convertite con minacce e sposate oppure date in moglie a terzi, mentre le ultime cifre risalenti al 2013 parlavano una media di settecento casi all’anno.

LA “CONVERSIONE”. L’Aurat Foundation ha sottolineato anche il fatto che spesso, dopo la denuncia delle vittime, seguono le controdenunce dei rapitoriche li accusano di mentire. Non è raro il caso, infatti, di donne rapite che, poi, una volta interrogate, dichiarano di essersi convertite di loro spontanea volontà. «Le ragazze – dice il rapporto – restano in custodia dei rapitori e subiscono traumi e violenze di ogni tipo» e a loro si dice «che ormai sono musulmane e che se cambiano religione la punizione per gli apostati è la morte». In questo modo i giudici accettano in silenzio la prassi.
La Ong pakistana ha quindi sottolineato che «tali casi mancano di serie indagini che provino questo fenomeno e il meccanismo che si instaura», motivo per cui ha avanzato una proposta di legge che vieta esplicitamente la pratica. Infatti, anche se Gill ha dichiarato all’agenzia Fides che il caso di Fouzia potrebbe risolversi, dato che la donna era già sposata con un altro uomo, non sempre la vittima «sottoposta a violenza sessuale, prostituzione forzata, abusi domestici o venduta per il traffico di esseri umani», torna alla famiglia d’origine.

Foto Ansa

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