Pakistan, un’altra cristiana rapita e costretta a sposarsi da islamica. Più di mille casi ogni anno

Laveeza ha 23 anni ed è stata obbligata a diventare la moglie del suo sequestratore. La polizia si è mossa solo dopo l’interessamento di una Ong e di un pastore

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Continuano a moltiplicarsi paurosamente in Pakistan i casi di sequestro di donne cristiane e di altre minoranze religiose, donne che vengono poi costrette a convertirsi all’islam e a sposarsi. È un fenomeno che da anni colpisce le fasce più deboli del paese, nel disinteresse pressoché totale delle autorità. L’avvocato Mushtaq Gill, leader della Ong Legal Evangelical Association Development, dice di essere venuto a conoscenza di cinque casi solo in aprile e solo nel distretto di Kasur (regione del Punjab), l’ultimo dei quali riguarda Laveeza Bibi, una 23enne che abitava in questa provincia con la sua famiglia: rapita il 14 aprile da due musulmani armati che hanno fatto irruzione in casa sua, la ragazza è stata obbligata a diventare la moglie di Muhammad Talib, uno dei suoi sequestratori.

SENZA DIRITTI. A denunciare l’episodio è stato il padre di Laveeza, Sarwar Masih, che tramite l’organizzazione dell’avvocato Gill, specializzata nell’assistenza ai cristiani perseguitati del Pakistan, si è rivolto alla polizia locale. Gli agenti, inizialmente restii a registrare il fatto, si sono convinti ad avviare il procedimento legale e a formulare la denuncia contro Talib solo dopo l’intervento di un pastore cristiano, Saleem Masih. Alle giovani donne rapite come Laveeza Bibi, spiega l’avvocato Gill, molte volte «è negata del tutto la tutela legale dei diritti individuali». Le forze dell’ordine e il sistema della giustizia infatti ignorano quando non assecondano i soprusi di questo tipo.

I PRECEDENTI. Prima del caso di Laveeza era divenuta nota la vicenda di Saima Bibi, seguita sempre dall’avvocato Gill. Rapita ad appena 15 anni mentre si trovava sola in casa, la giovanissima cristiana è stata costretta a firmare la conversione all’islam e a sposare un musulmano di nome Tanvir. L’adolescente, residente a sua volta nel distretto di Kasur, abitava nello stesso villaggio in cui il 4 novembre del 2014 due coniugi cristiani accusati ingiustamente di blasfemia furono gettati in una fornace da una folla di musulmani fanatizzati e bruciati vivi.

AUTORITÀ CONNIVENTI. Per cercare di porre un freno agli abusi nei confronti delle donne la Aurat Foundation, organizzazione di Islamabad che si batte per la libertà e la democrazia in Pakistan, ha promosso una proposta di legge contro le conversioni forzate simile a quella presentata nel 2012 dalla Commissione nazionale per le minoranze del Pakistan. Entrambe le iniziative però sono fallite, e nel 2015 il governo pakistano, tramite il ministero per gli Affari religiosi e il Consiglio dell’ideologia islamica, ha rivendicato esplicitamente la propria contrarietà a iniziative legislative in materia. E così a chi difende i diritti delle minoranze del paese non resta che continuare a denunciare davanti al mondo le oltre mille conversioni forzate che avvengono ogni anno in Pakistan, senza contare i casi mai denunciati.

Foto Ansa


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