Pace perpetua o guerra civile mondiale. Due grandi bluff

L’anima europea è un luogo ideale assai più profondo del regno biologico difeso dai critici della nostra grande metamorfosi in una società informe

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Terrorismo endogeno, migrazioni incontrollate, crisi finanziaria. Sono i tre incubi più torvi che incombono sul sonno estenuato di un’Europa smarrita e divisa, a cominciare dalle sue linee avanzate sul fronte del fuoco, com’è in Italia (immigrazione) e nella Francia-Inghilterra (jihadismo). Un malinteso senso di rassegnazione alla convivenza con tali spettri può indurre a credere all’ineluttabilità della decadenza. E a questa rassegnazione si risponde spesso con esiti parallelamente insufficienti.

La tesi dell’umanitarismo universalista, tendenza Laura Boldrini e comitati vari d’accoglienza indiscriminata, si basa sul presupposto del senso di colpa: l’Occidente sta pagando per le proprie responsabilità storiche, sconta il danno di ritorno che al dunque si sarebbe attirata la nostra civiltà patriarcale, coloniale e mercantilista; lì dove invece è al promiscuo, all’indistinto e all’egualitario che tenderebbe la natura dell’uomo, anzi della donna come archetipo tellurico che tutto ricomprende in sé. È la posizione che ispira ogni giustificazionismo aperturista, un chiaro segno di decomposizione culturale ancora minoritario nelle popolazioni europee ma prevalente nel circuito della polizia del pensiero. È la prosecuzione del pacifismo con mezzi più avvelenati.

La tesi della xenofobia sovranista sconta una debolezza ontologica: il rifiuto dell’Europa a beneficio d’interessi nazionalistico-bottegai, di tipo giacobino e razzistoide, e ciascuno dei quali in concorrenza con l’altro. Nel mezzo s’intravede anche una terza posizione, quella degli occidentalisti globalizzati che denunciano la guerra di civiltà con l’islam e si gettano con voluttà nel sogno scomposto di nuove crociate laiche, ma al tempo stesso pretendono di difendere l’Occidente proprio in nome di quei princìpi che l’hanno corroso dall’interno nell’arco dei secoli: la superstizione dell’individualismo edonistico, il rifiuto del sacro come categoria fondativa d’ogni comunità di destino, un secolarismo da sradicati frutto dei dogmi massonico-rivoluzionari francesi. Se questo è quanto l’Europa intende opporre ai grandi bluff della pace perpetua o della guerra civile mondiale combattuta in nome dell’astratta tirannia dei diritti umani, diamo pure il benvenuto al Califfato e alla sua finanza per lo meno socialmente responsabile (halal). Ma deve per forza finire così?

Certo che no. La causa efficiente dell’attuale sincope risiede anzitutto nell’anima europea, un luogo ideale assai più profondo del regno biologico difeso dai critici della nostra grande sostituzione e metamorfosi in una società informe. Ed è appunto in noi, per rievocare Hölderlin, che assieme al pericolo «cresce anche ciò che salva». Una salvezza che può procedere per forza d’attrito, così come accade perché vi sia “lavoro” secondo lo schema della fisica classica. In altre parole: nel momento del supremo rischio, lungo un labile crinale che separa il tutto dal nulla, in condizioni materiali e immateriali estreme, come per un’ordalia, diventa possibile – non ho detto certo, badate: possibile – il risveglio di una forza formatrice originaria data per estinta, la galvanizzazione di energie spirituali latenti d’una data civiltà nascoste in una riserva altrimenti insondata. Una tensione eroica perfino. Marte vigila.

Foto Ansa

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