Più di 800 aziende estere hanno lasciato l’Italia (andate a vedere quante tasse pagano a Dublino e Berna)

Il fisco da noi è «troppo pensate»: corporate tax sulle imprese al 30 per cento, mentre in Irlanda è ferma al 12 e a Londra al 20 per cento. «Giustizia lenta» e «burocrazia invasiva», poi, fanno il resto.

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Ridurre le tasse e semplificare il quadro normativo attrae le imprese straniere. Che proprio per questo motivo ora prediligono il Nord Europa all’Italia, che pure rimane uno dei tessuti imprenditoriali più ricchi e attrattivi del pianeta. È ciò che dimostra un approfondimento del Sole 24 Ore dedicato agli investimenti esteri.

TUTTI A BERNA E DUBLINO. Tra i Paesi che hanno attratto più aziende nel quadriennio 2009-2012, spiega il quotidiano economico, la Svizzera «resta l’area con la più forte presenza di filiali estere: ben 10.687, con uno scatto in avanti del 22 per cento» nel quadriennio. Berna «conserva il suo primato, con una presenza delle multinazionali estere che vale il 36 per cento del Pil del Paese». Ma «cresce a ritmo sostenuto anche l’appeal di Gran Bretagna e Olanda, dove le multinazionali estere hanno superato quota 10 mila, con un balzo rispettivamente del 15 e del 34 per cento in quattro anni». Bene anche l’Austria «con un aumento del 7,6 per cento a quota 9.433» e l’Irlanda che, «nonostante il salvataggio in nome dell’austerity targato Ue e Fmi, ha visto aumentare le multinazionali estere sul territorio del 4,6 per cento ed è l’astro più promettente per i prossimi anni».

MENO TASSE SULLE IMPRESE. Il «filo rosso» che unisce i cinque Paesi, fa notare il Sole, «è una tassazione sulle imprese che è stata ritoccata al ribasso negli ultimi anni» e di cui la corporate tax al 12,5 per cento di Dublino è solo l’esempio più lampante. C’è anche, infatti, quella di Londra che è al 20 per cento. Ma non solo. Questi Paesi, come sottolinea Francesco Daveri, docente della Bocconi, «hanno saputo intercettare le esigenze delle multinazionali che scelgono le proprie destinazioni in base alla stabilità del quadro normativo e alla sua semplicità, ma anche per un tessuto imprenditoriale che agisce da trampolino di lancio per lo sviluppo». In questo senso, decisiva è stata negli ultimi anni la scelta di Dublino di offrire «un credito d’imposta del 25 per cento per la ricerca»; scelta che ha reso l’Irlanda indiscusso «polo di attrazione per le imprese di social network e Ict. Tanto da attrarre Apple, Google e Intel», ma solo per dirne alcune.

L’ITALIA PERDE TERRENO. Chi perde terreno, invece, è l’Italia che ha una corporate tax superiore al 30 per cento e dove la pressione fiscale sulle imprese ha raggiunto picchi che sfiorano il 70 per cento. Ciononostante, come conferma il Sole 24 Ore, «le imprese a controllo estero attive nel nostro Paese nel 2011 erano 13.527», con un calo però del 6 per cento rispetto al 2008 e un «saldo negativo di 850 aziende», per una perdita in termini occupazionali che è stata di oltre 69 mila addetti. Mentre l’apporto delle aziende a capitale straniero al sistema-Paese nel 2011 è stato «pari al 16,4 per cento del fatturato (490 miliardi di euro), al 13,4 per cento del valore aggiunto e al 7,1 per cento dei posti di lavoro».
A frenare l’ingresso delle multinazionali negli ultimi anni sono stati i «cronici problemi dell’Italia: giustizia lenta, burocrazia invasiva e fisco pesante». Oltre che, ma questo vale per tutta Europa, la negativa congiuntura economica che stiamo attraversando.

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