Il mantra dell’“Ungheria fascista”, il giubilo un po’ precoce dei militanti progressisti, la lotta (tutt’altro che chiusa) contro la tecnocrazia dell’Europa. Rassegna ragionata dal web
Viktor Orbán con Donald Trump nella villa di Mar-a-Lago, Palm Beach, Florida, 11 luglio 2024 (foto Ansa)
La sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria e il declino di Donald Trump che ha impelagato l’America in un’altra apparente “endless war” segnano la fine del nazional-populismo o populismo nazionalista nel mondo occidentale? I progressisti possono esultare perché la liberal-democrazia (più liberal che democrazia) torna ad essere la soluzione universale, e siamo di nuovo alla «fine della Storia», come scriveva quarant’anni fa Francis Fukuyama? Non ne sono convinti molti commentatori internazionali. Che fanno notare le incongruenze della vulgata progressista, i paradossi creati dall’attivismo trumpiano e la persistenza dei motivi che hanno prodotto l’ascesa del populismo nazionalista.
Mike Pesca, giornalista radiofonico newyorkese, su The Free Press chiede conto agli accademici americani che hanno ripetuto per anni il mantra dell’“Ungheria fascista” sotto Viktor Orbán:
«Una delle cose che fanno gli autocrati è rubare le elezioni. Secondo Civil Rights Defenders, un’organizzazione ...
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