Da Ferrara a Spirlì. L’antagonismo laico alla legge sull’omofobia

Ferrara, Battista, Veneziani, Sozzani. C’è addirittura un magistrato e perfino lo scrittore omosessuale Nino Spirlì. Ecco perché dicono no alla legge antiomofobia

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A cosa serve una legge sull’omofobia? Mentre una parte dell’opinione pubblica si schiera a favore della proposta legislativa firmata da Ivan Scalfarotto (Pd) e sponsorizzata da parte del centrodestra, ne esiste un’altra che vi si oppone, consapevole che la norma che sta per essere approvata alla Camera, combatterà non la violenza, ma le opinioni sull’omosessualità.

Di questa minoranza, trasversale, fanno parte anche omosessuali dichiarati, come Nino Spirlì, scrittore e giornalista, che sul Giornale, il 26 luglio, ne denuncia gli esiti nefasti. «Che mi succederà, fra qualche giorno, se mi autodefinirò, come faccio da anni, ricchione?», si chiede il giornalista, «Mi arresteranno? E cosa ne sarà della mia adorata autobiografia Diario di una vecchia checca? Sarà ritirata dalle librerie e bruciata in piazza davanti alle scolaresche e ai gruppi scout?». Spirlì si scaglia contro la nuova legge, non solo perché limita la libertà di espressione anche ai «froci di sempre», ma perché rinchiuderà gli omosessuali in un ghetto, trasformandoli in «un altro tipo di minoranza: gli Intoccabili. Ricchioni e Intoccabili».

Altra voce non sospetta è quella di Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, che, nell’editoriale del 23 luglio, dichiara che il ddl prossimo al voto è il risultato «della sudditanza culturale di troppi ai velleitari editti di quel politically correct che qualcuno vuole instaurare come religione di Stato». «Sarebbe un ironico modo di commemorare i 1.700 anni dell’Editto di Costantino», prosegue Sozzani, «quello di approvare una legge che mandi in carcere dei cristiani in quanto tali». Una legge che, ricorda il direttore di Vogue, «addirittura si spinge a punire la mera appartenenza a qualsiasi organizzazione che affermi la peccaminosità dei rapporti sessuali con persone dello stesso sesso».

Ma cosa ne pensano i liberali d’antan? L’editorialista del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, su twitter osserva il paradosso della battaglia parlamentare contro l’omofobia: «Invece di abolire i reati d’opinione, se ne introducono di nuovi».

Marcello Veneziani, sul Giornale del 24 luglio, individua due ragioni per essere contro la legge. La prima «è che quando si introduce un reato d’opinione, come è il caso di questa legge», oltre a restringere la sfera della libertà, della democrazia e del diritto, «si introduce un pericoloso germe ideologico nella giurisprudenza». Per un liberale «anche le opinioni peggiori vanno combattute con le opinioni e non a colpi di galera». Inoltre «se si colpiscono penalmente i reati d’opinione, si entra in una brutta spirale che è l’anticamera del dispotismo». «La seconda ragione», spiega Veneziani, «è che quando si introduce per lo stesso reato una pena più grave per alcune categorie protette anziché per altre, si ferisce l’universalità delle norme e il principio della legge uguale per tutti». «Perché ci dev’essere una norma speciale a tutela degli omosessuali», si chiede il giornalista, «e non degli anziani, dei malati, dei credenti in Cristo o degli indigenti?».

Su Libero, anche un magistrato, Pino Morandini, il 26 luglio, ha attaccato la proposta di Scalfarotto. Che ne sarebbe di Platone, Seneca, Kant, «pensatori né cristiani né tantomeno cattolici», se il Parlamento approvasse la legge sull’omofobia? «Che ne sarà di Platone, che relega “l’omosessualità maschile e femminile” fra le “perversioni che sono responsabili di incalcolabili sciagure, non solo per la vita privata dei singoli, ma anche per l’intera società” (Leggi, 836, B)?». E di «Seneca, che tesse le lodi dell’amore sponsale contrapponendolo ad altre unioni» che il filosofo romano riteneva «contro natura» (Cfr. Epistulae ad Lucillium, 116, 5; 123, 15)? E di «Kant che, in Metafisica dei costumi è fortemente critico verso l’omosessualità?». «Che ne sarà di costoro? Potranno essere ancora studiati», prosegue Morandini, «oppure chi sarà sorpreso con libri loro in possesso magari quelli ricordati, in cui sono contenute esplicitamente “idee fondate sulla superiorità”, rischierà» la reclusione fino a quattro anni (sei, se si è capo di un’organizzazione), come prevede la legge sull’omofobia?». Il magistrato sottolinea come omosessuali e transessuali siano «titolari di tutti i diritti spettanti alla persona». Per quale ragione, si chiede, bisogna introdurre «una tutela inutilmente rafforzata»?

Buon senso contro bigotteria
Morandini si sofferma ancora sugli esiti della legge sull’omofobia che «per coloro che manifestano “idee fondate sulla superiorità” e ritenute lesive “dell’identità sessuale”, prevede» la reclusione da quattro a sei anni: «Non è forse alto il rischio che si incorra in procedimenti penali a fronte di qualsivoglia giudizio critico verso determinati orientamenti sessuali?». Non sarebbe meglio, conclude il magistrato, lasciare intatta la libertà di espressione «sul significato antropologico della definizione fra i sessi; sull’etica della sessualità e sulle conseguenze giuridiche derivanti dalla presenza di relazioni diverse dal matrimonio quale rapporto riconosciuto giuridicamente tra un uomo e una donna?».
Giulio Meotti, giornalista del Foglio, definisce invece la legge con una sola parola: «schifosa». «La gente che dissentirà da ciò che sta rapidamente diventando ortodossia nella questione dei “diritti dei gay” verrà regolarmente accusata di “omofobia”», scrive Meotti sul suo blog, il 26 luglio. «Anche un vecchio romanzo libertino e ottocentesco potrà essere accusato di omofobia, se dovesse lasciar intendere che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre». «Simili leggi», spiega il giornalista del Foglio, «non sono fatte per proteggere gli individui dall’intolleranza becera e spicciola, ma per imporre un nuovo dogma odioso e totalitario». Opporsi alla legge sull’omofobia, conclude, «non è bigotteria, ma buon senso laico, gioia di vivere, allegria. Contro i cupi cultori di una società mortificata».
E ancora. In un editoriale del 23 luglio, il Foglio si chiede se «sarà ancora possibile dire che non si è d’accordo con i matrimoni gay o sarà “istigazione all’odio per motivi di orientamento sessuale”» e «se diventerà reato dichiararsi contrari alle adozioni per le coppie omosessuali». «Nell’illustrare la necessità della legge», ricorda il giornale diretto da Giuliano Ferrara, «Scalfarotto ha scritto sul suo blog che “colpisce, rendendole reato, condotte molto specifiche”, ovvero “la propaganda (e non la mera diffusione) di idee fondate sull’odio” o “l’istigazione (e non il mero incitamento) alla discriminazione”». «Appunto», commenta il Foglio, «chi stabilirà il confine tra propaganda e diffusione, tra istigazione e incitamento?». «La nuova normativa non ha lo scopo di sanzionare abusi e violenze in nome di atteggiamenti discriminatori – fatti contro i quali già esistono leggi efficaci – ma di introdurre punizioni esemplari per meri reati d’opinione». «Da modulare, sapendo come vanno le cose, a seconda di chi sarà sul banco degli imputati». Conclusione: «Non è necessario un grande sforzo di fantasia per immaginare che quella spada di Damocle penderà soprattutto sulla testa dei cattolici». 

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