“Oltre la paura”, la persona nella comunità

Presentazione a Milano del libro di Camisasca e Ferraresi col cardinale Scola e Carrubba

  • 83
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    83
    Shares

«Questo libro in forma di corrispondenza epistolare è nato da un’esperienza concreta: quella delle mie visite pastorali nelle 60 unità che compongono la mia diocesi di Reggio Emilia. Lì ho toccato con mano quanto gli adulti siano segnati dalla paura. Mi sono chiesto cosa significhi la fede, loro e mia, rispetto a questo senso vissuto di paura. E ho voluto fare qualcosa. Così è nato il libro in forma di scambio epistolare con un giovane vecchio amico come il giornalista Mattia Ferraresi». Così don Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, ha spiegato la genesi del libro Oltre la paura – Lettere sul nostro presente inquieto presentato martedì sera a Milano per iniziativa del Centro culturale milanese, con relatori di alto profilo come Salvatore Carrubba, editorialista del Sole24Ore e presidente del Piccolo Teatro, e sua eminenza il cardinale Angelo Scola («la presenza di Scola è un segno di fraternità episcopale molto preziosa di questi tempi», ha commentato Camisasca, «la fraternità episcopale è un elemento necessario del rinnovamento ecclesiale»). Mancava Mattia Ferraresi perché il 35enne giornalista autore di pregevoli saggi su Donald Trump è il corrispondente dagli Stati Uniti del quotidiano Il Foglio, e lì si trova come per la maggior parte del tempo.

«Appartenere toglie la paura»

È intervenuto per primo il cardinale Scola: «Mi ha colpito leggere l’informazione che il 50 per cento degli abitanti di New York vive solo: è un riscontro fattuale delle conseguenze dell’individualismo. Che il libro sia in forma di dialogo è già una prima risposta a questa crisi che sta generando autismo spirituale e incomunicabilità. È già un modo di esprimere il fatto che l’uomo è un io in relazione. Come lo è il richiamo al fatto che nella Bibbia l’espressione “Non temere, non temete” ricorra 365 volte. La paura oggi diffusa è il sintomo di una perdita o di un rifiuto di ogni appartenenza possibile: appartenere toglie la paura. In secondo luogo mi ha colpito il parallelo fra i nostri tempi e gli ultimi giorni dell’impero romano, così come sono descritti nel libro di Michel De Jaeghere. La fine dell’impero romano, scopriamo, fu un suicidio, un crollo interno più che il risultato dell’aggressione dall’esterno dei popoli germanici. La crisi demografica che colpì l’impero aveva a che fare con un diffuso materialismo che faceva considerare la famiglia una schiavitù, e il vivere senza obblighi come il fine supremo dell’esistenza. Oggi l’Occidente si sta incamminando verso il suo tramonto? Il libro non risponde affermativamente a questa domanda, ma evidenzia l’ampiezza delle dipendenze perverse dominanti: dalle sostanze, dal sesso, dal gioco, dai social; e i fenomeni di corruzione e mafia. Mi ha confermato nella convinzione che nutro dal 2000, quando durante un soggiorno in Germania lessi un intervento di Marc Jongen nell’inserto culturale di un quotidiano tedesco: “l’uomo è soltanto il suo proprio esperimento”. La mia convinzione è che l’uomo oggi deve scegliere fra due ipotesi: o essere un io in relazione, o essere il suo proprio esperimento. E siamo consapevoli che in tanti paesi del mondo si stanno investendo miliardi nella seconda ipotesi: vedi l’intelligenza artificiale, i cyborg, ecc.». 

Paure irrazionali

Dopo di lui è intervenuto Salvatore Carrubba: «Un libro come questo forse lo leggerebbero anche i giovani americani, perché non supera le 100 pagine. Nelle università americane non si legge più Guerra e Pace, perché gli studenti non sono più in grado di affrontare la complessità e di gestirla. Oggi i giovani scrivono molto, forse più che in passato, ma in un modo deformato che è quello dei social; un modo che fa perdere di vista la complessità dei problemi e la persona dell’altro: la scrittura tradizionalmente ti costringeva a riconoscere l’altro, a legittimarlo, ma oggi non è più così, e la conseguenza è lo scontro continuo e l’impossibilità di qualunque intesa».  

«Le paure che oggi ci dominano sono apparentemente irrazionali: le statistiche storiche mostrano che l’economia, la sicurezza, la pace sociale sono oggi molto più solide che in passato. La paura non deriva tanto dall’insicurezza economica ma da fattori più profondi, come dicono Camisasca e Ferarresi. Rivelatrice è stata la campagna per le presidenziali americane del 2016: entrambi i candidati hanno puntato sulla paura; Donald Trump ha puntato sulla paura dell’immigrazione, della criminalità, della Cina, ecc.; Hillary Clinton ha puntato sulla paura che Trump vincesse le elezioni. La paura oggi è il risultato del matrimonio fra la fine della politica come strumento per affrontare la complessità e il trionfo della cattiva informazione che semplifica ciò che semplice non è. Io non darei la colpa all’individualismo, perché l’individuo è una positività, nella misura collabora a un progetto comune che riguarda tutta la società. Bisogna recuperare quella visione dell’individualismo che avevano i filosofi anglosassoni del Settecento: se ogni individuo cerca il suo vantaggio sulla base di regole comuni, il risultato finale è positivo per tutti».

Realtà ferite, ma vitali

È stata la volta di monsignor Camisasca: «La sfida di oggi è quella che già rilanciava Agostino a suo tempo: occorre tenere uniti passato, presente e futuro, occorre conservare ciò che vale del passato per costruire il futuro senza cadere in arroccamenti reazionari. Nel libro affermiamo che il senso di paura oggi diffuso non ha le sue radici principalmente nell’instabilità economica, ma in una mutazione antropologica. A Reggio Emilia e provincia la situazione economica è buona, il tasso di disoccupazione è fra i più bassi in Italia; il senso di crisi dipende dal venir meno dei punti di riferimento nel cammino dell’esistenza, dipende dalla crisi della famiglia, della scuola, della comunicazione intergenerazionale. Ma anche nelle famiglie che non vivono una crisi si coglie un sentimento di paura. Che viene da un’incapacità di vedere le luci che brillano nel buio, dentro alla Chiesa e fuori della Chiesa, e di collegarle in un unico disegno. La crisi antropologica che stiamo vivendo si manifesta in un diffuso disorientamento e in una carenza di progettualità. La fede non diventa speranza, non si mostra capace di giudizio nella lettura dei fatti, sia quelli problematici che quelli positivi. Non siamo alla fine del mondo e comunque non sta a noi decidere quando finirà, né siamo noi a poter stabilire le condizioni per considerare un successo il processo ecclesiale. A noi è chiesto solo di metterci al lavoro nella consapevolezza che l’umanesimo cristiano è condizione ineliminabile dell’umanesimo tout court. Nel libro di De Jaeghere sulla fine dell’impero romano abbiamo colto consonanze con la nostra condizione attuale, soprattutto il fatto che l’impero si è suicidato, il suo tracollo dipende principalmente dalla rinuncia ai suoi stessi valori. Ma quando guardiamo alle famiglie, all’educazione, alla scuola oggi, diciamo che sono realtà ferite, ma ancora vitali; sono ancora vive, non sono morte».

Per chi ricomincio?

Il secondo giro di interventi doveva dunque mettere in luce i punti di ripresa, dopo il riconoscimento della crisi nel primo giro. In realtà ha approfondito i temi introdotti nella prima parte. «Sono d’accordo che stiamo vivendo più un’epoca di smarrimento che di tramonto», ha esordito Scola prima di ribattere a quanto Carrubba aveva detto sull’individuo. «La riscoperta del soggetto è questione decisiva, e rappresenta il grande contributo della modernità. Tuttavia non userei le categorie di individuo e di individualismo, che ci trascinano sociologicamente nell’attuale ripiegamento di ciascuno su di sé. Mi è cara la distinzione fra individuo e persona che fa Jacques Maritain: l’individuo è colui che si rapporta genericamente alla società, la persona è colui che si rapporta a una comunità. È in quest’ottica che ogni mattina, dopo la strana parentesi del sonno, la prima domanda che faccio a me stesso è: “per chi ricomincio?”. Questa domanda mi impone la questione del senso della realtà e del cammino che ne consegue. Viviamo in un’epoca di marcato individualismo, anche all’interno della Chiesa. Nel libro Ferraresi cita Tocquevile che nella Democrazia in America spiega come gli americani si concepiscano come persone che non devono niente a nessuno tranne che a se stessi, come persone che tengono nelle proprie mani il proprio destino: credo che sia così anche oggi e che sia così anche in Europa; l’Atlantico è diventato il nuovo Mediterraneo, le sponde sono vicine fra loro. Queste forme di individualismo trovano spazio sia nella società civile che nella Chiesa: io credevo negli ultimi anni che si andasse verso la mescolanza delle esperienze e delle visioni, che l’ascolto avesse preso il posto dello scontro; invece in questi ultimi due anni ho visto riaffiorare divergenze che credevo seppellite negli anni Settanta, opzioni, scelte e schieramenti che credevo superati. Anche questo è individualismo, anche questo è restare bloccati nel passato. Ma solo ciò che si rinnova continua a vivere. Altrimenti la paura è la logica conseguenza. La questione fondamentale resta quella del “per chi?”, oppure, detta con le parole di Jean-Luc Marion: “da altrove qualcuno mi ama?”».

Safe space

Nel suo secondo intervento Carrubba ha continuato a spigolare fra le pagine del libro: «Camisasca scrive che i millennials non sono persi, ma hanno bisogno di luoghi dove possano incontrare degli amici, delle comunità. A quelle che cita lui io aggiungerei la comunità della cultura. Sono presidente del Piccolo Teatro di Milano, e una delle cose che mi stupisce di più è il fatto che in piena era della virtualità più della metà degli abbonati al teatro, una forma di rappresentazione della realtà davvero antica, abbia meno di 30 anni. Non mi preoccupo di avere idee diverse da quelle del cardinal Scola a proposito dell’individualismo, perché so che abbiamo lo stesso nemico: l’identità. Oggi ognuno è talmente attaccato alla propria identità che nega tutto ciò che gli si oppone, fino all’estremo delle università americane, ben raccontato da Ferraresi, dove vengono istituiti “safe spaces”, spazi sicuri dove le persone sanno che la loro visione del mondo e di se stessi non verrà messa in discussione da nessuno, compresi i programmi di studio. Il futuro della politica si gioca su questo: se ci si limiterà a difendere le identità, la democrazia finirà. La cultura c’entra con questo, perché essa non è un elemento consolatorio, ma critico, abrasivo. Tocqueville, che Ferraresi cita, aveva ben visto il pericolo del conformismo nelle società democratiche quasi duecento anni fa. Se ci preoccupiamo del 50 per cento di newyorkesi che vivono da soli, dobbiamo anche preoccuparci dei 400 mila milanesi che si trovano nella stessa condizione. Dobbiamo decidere se andare verso il modello americano di università, costosa e identitaria, o conservare il modello europeo, dialogico. Non si può ridurre tutto alla meritocrazia, bisogna anche insegnare la responsabilità. Sono d’accordo con Camisasca quando afferma che la corruzione e le mafie non si combattono solo con la legge e la polizia, ma attraverso i buoni esempi e le buone pratiche delle persone oneste».

I giovani cercano educatori

Le conclusioni naturalmente sono state lasciate a Camisasca, che ha ripreso le esperienze che sono all’origine del libro: «Dai miei incontri durante le visite pastorali traggo molte speranze. Incontro i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie e delle superiori. Spesso incontro ragazzi disorientati, ma mai obnubilati nelle attese fondamentali della vita: la somiglianza dell’uomo con Dio è davvero difficile da cancellare. Resta vivo in loro il desiderio della felicità come qualcosa di molto urgente e molto concreto. Una volta un bambino di terza elementare mi ha detto: “Io so perché il papa l’ha fatta vescovo: perché lei ascolta le domande che le fanno e risponde!”. Un altro, sempre di terza elementare, che era rimasto triste in disparte per tutta la durata dell’incontro, quando alla fine ho cercato di capire e di consolarlo mi ha confessato: “I miei genitori non mi vogliono bene: non sanno mai dirmi di no”.  Questa sapienza profonda che incontro anima la mia speranza. Vedo davvero tanti giovani in ricerca. Poi molti di loro cadono, e gli adulti, preti e non, mi dicono: “I giovani non ci sono mai”. “No – rispondo io – siete voi che non ci siete; non siete educatori”. I giovani cercano educatori, qualcuno che li ascolti e che li aiuti ad accogliersi. Alla fine devi decidere: o sei tu Dio, o sei creatura. Accogliere l’altro nella sua creaturalità significa fargli conoscere che c’è qualcuno che lo ama: questa è la realtà decisiva della vita. Le crisi dei ragazzi dipendono dall’amore che non hanno ricevuto. Dal fatto che nessuno li ha aiutati a mettersi davanti alla domanda: vado verso il nulla o c’è Qualcuno che mi attende? Sono grato a don Luigi Giussani che ha aperto le finestre della mia persona, mi ha fatto innamorare di tante cose dell’esistenza, e principalmente dei rapporti umani. Dobbiamo partire da ciò che c’è, e non lamentarci di ciò che non c’è».

  • 83
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    83
    Shares