Obama, dal Nobel per la pace alla «campagna globale di omicidi»

Uno scoop di The Intercept mostra come la guerra “pacifica e incruenta” dei droni possa essere molto più ingiusta di quella tradizionale in stile Bush

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Farebbe meglio a riportare di corsa a Oslo il Nobel per la pace, con tante scuse. La settimana horribilis di Barack Obama ha portato alla luce tre cose sul presidente degli Stati Uniti: ha nascosto sotto una cascata di belle parole sul pacifismo una feroce «campagna globale di omicidi»; con la scusa ufficiosa di dare un taglio alla politica guerrafondaia di Bush, e con l’obiettivo ufficiale di disimpegnarsi da due o tre teatri di guerra per dedicarsi alla politica interna e costruire la sua legacy, ha potenziato una guerra senza quartiere e senza alcun ricorso a «categorie morali», che ha portato all’uccisione di un gran numero di civili innocenti; assalito dalla realtà, infine, ha dovuto riconoscere che in alcuni casi l’impegno dell’esercito può garantire la pace meglio di mille discorsi sulla pace.

LO SCOOP. Giovedì 17 ottobre The Intercept, sito diretto dall’ex giornalista del Guardian Glenn Greenwald, ha pubblicato una serie di documenti segreti, fornitigli da una fonte dell’intelligence, che dimostrano come l’amministrazione Obama abbia potenziato pericolosamente il programma di uccisioni mirate con i droni in Yemen, Afghanistan e Somalia tra il 2011 e il 2013. La fonte, così come i giornalisti, accusa gli «architetti di questa campagna globale di omicidi di non sembrare preoccupati né dall’impatto, né dalle sue implicazioni morali».

BERSAGLI PER SBAGLIO. Come dimostrano i documenti riservati, le persone da uccidere con i droni vengono individuate sulla base di informazioni di intelligence poco solide, che consistono soprattutto in intercettazioni telefoniche, spesso inattendibili. Così, ad esempio, tra il gennaio 2012 e il febbraio 2013, nel nord dell’Afghanistan, i droni americani hanno ucciso più di 200 persone. Ma di queste, solo 35 erano veri obiettivi. Gli altri, chiamati ufficialmente Ekia (“nemico ucciso in azione”), erano in realtà civili o comunque persone colpite per sbaglio.

LA GUERRA PACIFICA. Questo modo di combattere una guerra è ottimo dal punto di vista della politica interna: i droni costano meno e sono senza pilota, quindi non causano vittime al popolo americano. Al limite, vengono abbattuti: ma distrutto un drone, se ne può costruire un altro, senza che gli elettori si lamentino. Non bisogna essere ingenui: la guerra uccide, in qualunque modo venga condotta, e quella al terrorismo è ancora più difficile. Ma la guerra incruenta e pacifica di Obama ha una controindicazione, come spiega la fonte che ha fornito i documenti e che lavora all’interno del programma: finisce per essere molto più ingiusta della guerra tradizionale, combattuta con i soldati sul terreno. «Così si emettono sentenze di morte senza neanche notificarle», senza neanche verificare se stai uccidendo la persona giusta o no, senza valutare «se può essere catturata», «su un campo di battaglia grande come il mondo: questo scandalosa esplosione di elenchi di ricercati è sempre stata sbagliata».

RITIRO RIMANDATO. Per fortuna, ci ha pensato la realtà a porre un freno alla utopistica campagna obamiana di disimpegno: davanti alla recrudescenza degli attacchi talebani in Afghanistan, il presidente americano ha deciso di fare un passo indietro rispetto al ritiro delle truppe Usa dal paese, più volte annunciato. Anche dopo il 2016, circa 5.000 soldati resteranno sul terreno, per impedire che il paese scivoli definitivamente nel caos: finora, è questo il contributo alla pace più grande che Obama abbia dato.

Foto Obama: Pete Souza

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