Nove mosse per liberare la scuola

Dalla legge 62/2000 alla maturità. Elenco (ragionato) di cosa si potrebbe fare per la nostra scuola

«La dignità e la difesa dei diritti che da tale dignità scaturiscono, devono costituire lo scopo di ogni progetto sociale e di ogni sforzo in essere per attuarlo»
Benedetto  XVI

Le diverse esigenze dell’uomo vanno valorizzate nell’unità della persona evitando il pericolo della dissociazione e dello sbilanciamento. Questo ci dà la corretta chiave di lettura del bisogno dell’uomo di essere educato e insieme di educarsi. In quest’ottica va collocato anche il bisogno di apprendere, inteso sia nel senso di scoprire la realtà, sia nel senso di impadronirsi di un metodo di ricerca, di analisi e di verifica, per un recupero di quella capacità critica che oggi sembra paralizzata. Non è più il tempo di piangere o di perdersi in condanne, non è più il tempo di recriminare o di vivere di nostalgie, ma è il tempo di capire. E capire è quello di assumersi le proprie responsabilità. 

Jean Monner, il grande architetto dell’unità europea, qualche giorno prima di morire confidò: «Se l’Europa fosse da rifare, io comincerei dalla cultura».

Anche nel nostro Paese sono necessari lavori di restauro. La prima vera liberazione è quella della cultura della scuola. In quest’ottica, credo sia possibile cambiare la scuola, applicando alcune “mosse”.

1 – Innanzi tutto va rivista la “monca” legge 62/2000.  “Monca” perché se ha istituito un sistema nazionale integrato di istruzione e formazione che colloca, accanto alle scuole statali, quelle non statali paritarie, con una sostanziale identità di funzione e di ruolo nel perseguimento degli obiettivi, ha colpevolmente trascurato l’aspetto economico e tralasciato di considerare la piena libertà costituzionale della scuola. Anche se chi difende la legge, la ritiene una delle maggiori leggi pronunciate in ordine alla scuola, resta una legge da rivedere, essendo sostanzialmente incoerente con il dettato costituzionale (art. 33) e con la visione di una scuola pluralista con autonomia di governo, didattica ed economica. La libertà di insegnamento non si accorda con una visione scolastica centralizzata e burocratica, fondata sulla stretta regolamentazione, sulle circolari e sulle ore di anticamera per ottenere qualche soldo.

2 – Va concretizzata l’autonomia – pedagogico-didattica, programmatica-culturale, organizzativa-finanziaria, istituzionale-gestionale – riconoscendo la possibilità alla singola unità scolastica di determinare con propria decisione il proprio comportamento, teso a garantire una maggiore e più reale corrispondenza alle esigenze ed ai bisogni concreti che di volta in volta si vanno delineando. Ciò significa sostenere l’iniziativa dei cittadini, singoli e associati, nello svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Occorre destatalizzare l’attuale sistema di tipo centralistico, burocratico e verticistico, con un sistema snello e capace di valorizzare l’niziativa e le istanze che provengono dai soggetti interessati, dal territorio e con il territorio operare in prospettiva. È tempo che libertà e autonomia decisionale, nel loro sinergico significato valoriale, vengano attuate.

3 – Va rispettato il diritto all’apprendimento, all’educazione, all’istruzione:  è diritto che appartiene alla persona, così come il dovere di istruire ed educare i figli è primariamente compito della famiglia. È attraverso il riconoscimento di tale diritto/dovere della persona e della sua famiglia – e non della scuola – che va previsto ed esplicitato il sostegno economico. «La Costituzione non parla mai delle istituzioni ma piuttosto dei cittadini, studenti e loro famiglie. Un punto importante, questo, perché è la garanzia di autonome e libere scelte degli studenti, armati del loro sostegno economico (buono scuola, borse di studi, credito d’imposta, costo standard o quant’altro) dato che l’investimento in capitale umano è sempre un investimento e non si vede perché non debba essere finanziato» (G. Mazzocchi, con Bagnetti, Martino e Miglio, promotori della “Lettera programmatica del gruppo di Milano”, 1974)

4 – Va attuata l’equiparazione di tutte le scuole operanti sul territorio. La promozione di una proposta educativa scolastica è sempre tesa al conseguimento del bene comune. Essa si offre alla comunità e si pone come possibilità di rispondere concretamente ai bisogni educativi/formativi delle persone, sia singole che associate. Ne consegue la necessità per tutte di vedersi riconosciuta pari dignità ed egualitaria considerazione fiscale. Purtroppo, forse per una carente considerazione e/o per una pretestuosa ingerenza, il riconoscimento di questa presenza pluralistica, nel quadro culturale e politico attuale, sembra impresa difficile se non impossibile. Si predilige un certo tipo di scuola demonizzando le altre, spesso con imposizioni e controlli coercitivi e discriminatori. Senza interventi normativi che ne identificano nella sua interezza e compresenza istituzionale variegata, viene mortificato nella sua sostanziale composizione lo stesso sistema nazionale di istruzione.

5 – Vanno qualificati e professionalizzati i docenti, e riconosciuto il libero accesso all’insegnamento. Urge rivalutare il ruolo professionale dei docenti, così come va incentivata la loro preparazione all’insegnamento che – senza tuttavia generalizzare – offre spesso esempi di inefficienza e di incapacità pedagogica. Serve anche una adeguata incentivazione economica sulla base della qualità del servizio offerto e del merito, il tutto – nel quadro di una efficace autonomia gestionale – mediante la libertà di scelta da parte delle singole scuole di quanti sono in grado di portare avanti al meglio l’insegnamento: si tratta, questa, di una condizione irrinunciabile capace, insieme alla prerogativa di poter contare su un corpo docente stabile con cui instaurare una responsabile continuità didattica, di ridare dignità alla professione docente, purtroppo compressa e scaduta nella considerazione generale.

6 – Va implementata la valutazione interna delle singole scuole. Con una attenta valutazione, tutti i soggetti sono chiamati ad essere compartecipi attivi nella proposta e nel controllo, non riducendo il campo d’azione della scuola alla mera istruzione, ma attivando l’istituzione in una organizzazione al cui interno operano soggetti portatori di proprie concezioni in ordine ai processi formativi ed educativi. La valutazione deve poter rappresentare la presenza di una continua verifica, oltre che dei processi di apprendimento degli alunni, anche dell’efficacia del lavoro dell’insegnante, che deve considerare ogni alunno come persona, cioè soggetto di educazione, vestendosi dei panni dell’educatore e non soltanto del tecnico dell’istruzione. Valutazione che coinvolge anche i genitori, chiamati a valutare i modi ed i comportamenti dei figli al fine di aiutarli a capire il valore del cammino loro richiesto di preparazione alla vita. 

7 – Va consolidata la libertà di educazione e di scelta delle famiglie.Su questo versante ci sono inadempienze politiche, ma anche lacune culturali, disattenzioni sociali e, alle volte, anche un certo disinteresse ecclesiale. Va ripristinata l’equipollenza di trattamento economico dalla Costituzione previsto. Con esso, studenti e famiglie sceglierebbero l’offerta formativa non per mancanza di alternative, ma per fiducia e in libertà, perché convinti che quell’ambito istituzionale (reso autonomo) corrisponde alle loro attese e ai loro bisogni educativi-formativi. L’istruzione è, oltre che diritto individuale, anche un “bene pubblico”, che va tutelato e sostenuto, attivando modalità economiche equitative nei riguardi di ciascun cittadino.

8 – Va modificato, se non eliminato, l’art. 33 della Costituzione. Se è vero – come detta il primo comma – che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», molti dei commi susseguenti risultano essere palesemente in contrasto. Se ne deduce che questo articolo deve essere rivisto: lo Stato non può dare “autonomia” alle scuole e riconoscere “libertà” ai propri cittadini, obbligandoli, però, a fare ciò che lui vuole. E ciò partendo dal fatto che compito dello Stato non è quello di gestire le scuole, ma soltanto quello di regolare, promuovere, sostenere, controllare ciò che emerge nella comunità, intervenendo solo laddove viene meno l’iniziativa. Da qui il compito sussidiario dello Stato: il sistema di istruzione va costruito a partire dai diritti dei cittadini singoli e associati, con la consapevolezza che la cultura e la scuola non si fondano sullo Stato, ma sulla libertà. 

9 – Va abolito il valore legale dei titoli di studio. Va superata l’incompatibilità tra libertà di insegnamento ed esami di Stato. Solo se l’ordine degli studi verrà svincolato dal monopolio statale del sapere e dell’educazione, si potrà avere un sistema scolastico libero. «La valutazione non va fatta in uscita dei cicli di studio, bensì in entrata, e l’esame di licenza sostituito dall’esame di ammissione»: L.Einaudi e S. Valitutti in “La libertà della scuola” (a cura di Giancristiano Desiderio, ed. Liberilibri, 2009). Gli studenti dovrebbero essere chiamati a dimostrare di essere idonei a poter e voler frequentare il successivo corso universitario, o l’impegno lavorativo e professionale. La fonte  del valore dei titoli che le scuole rilasciano non è – o meglio non dovrebbe essere – rappresentata dalla presunta garanzia dello Stato, ma dal credito che gli stessi titoli conquistano nella pubblica considerazione. Poiché di fatto – è dimostrato – non esiste nessuna garanzia statale, esiste un valore morale che ogni istituto conquista e mantiene perfezionando l’insegnamento e il tirocinio educativo che esso fornisce ai suoi alunni: «Non è lo Stato che può dare valore alla cultura, ma è la cultura che dà valore allo Stato» (ibid.). 

Quegli esami che oggi, bisogna ammetterlo, rappresentano una valutazione degli studenti spesso insignificante e per i docenti un rito quasi sempre frustrante e penoso: «L’esame di maturità è diventato una formalità: tutti promossi (99,7% l’anno scorso) e un voto ininfluente per l’iscrizione all’università o ad altre scelte. Quello di quest’anno – a causa di una gestione ministeriale incerta e assai tardiva – è più simile ad un esame di “immaturità”. Un sistema “immaturo” che pretende la “maturità” da noi docenti che a scuola viviamo!» (A. D’Avenia, Docente del Collegio San Carlo di Milano, “L’esame di immaturità”, Corsera 15/06/2020).

Utopia? Forse sì, e forse no! Il permanere dell’impronta statalista in questi fattori educativi/formativi, di cui è ricca la storia, e la sempre crescente invadenza dello Stato nelle prerogative altrui, ci disturbano. Purtroppo «attraverso la proclamazione dei valori comuni il potere, più o meno lentamente, ma sempre in maniera violenta, omologa e pianifica tutto. Da qui la tragedia del nostro tempo: la perdita della libertà!» (Mons. Luigi Giussani).

Foto Ansa