Novantatré, l’anno in cui affilammo gli artigli delle nostre mani pulite

Rileggere oggi l’inchiesta di Mattia Feltri su Tangentopoli fa riflettere sulla pochezza dell’animo umano e sulla sua imperfezione e miseria

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

Per noi che nel 1993 avevamo un’età in cui gli interessi maggiori non andavano al di là della bionda del primo banco e dei carburatori da montare sul motorino, l’inchiesta di Mattia Feltri uscita quotidianamente sul Foglio sull’annus horribilis di Mani Pulite fu una sorta di rivelazione. Non solo e non tanto perché, dieci anni dopo, quel che era accaduto era ancora piuttosto fuligginoso, e dunque Feltri lo portava sotto un nuovo cono di luce, ma anche perché mostrò come una vicenda potesse essere raccontata con prosa magniloquente in modo che fatti e giudizi, cronache e interpretazioni potessero accompagnarsi senza collisioni. Ora che è uscito Novantatré (Marsilio, 17,50 euro), dove quell’inchiesta è rielaborata e riproposta, l’impressione è la medesima, se non più vigorosa.

L’artificio del «presente storico» e del «futuro inevitabile», come lo chiama Giuliano Ferrara nella prefazione, è l’abito con cui la parola rivela l’accaduto, s’approssima al vero, lo illumina per quanto possibile. L’oggettività dei fatti, come tutti sanno ma pochi ammettono, non è mai sufficiente per capire. Se non interpreti, se non spieghi, se non fornisci un criterio, con la retorica e la tirannia della “carta canta” non fai altro che fornirti un alibi per giustificare violenti propositi.

«Rompigli il culo, papà»
Poiché amiamo i paradossi e i ragionamenti in contropiede, abbiamo appuntato su un quadernino che nel 1977 sui muri dell’Università di Bologna qualcuno scrisse: «Basta fatti, vogliamo parole». A suo modo, uno slogan geniale, più oggi che ieri, e che ci torna in mente ogni qual volta sfogliamo quotidiani pieni di fatti, di intercettazioni, di «prove inconfutabili», di “carta canta”. È una corda ben insaponata questa dei “fatti” con cui noi giornalisti ci siamo impiccati sbadigliando, ormai stanchi di voler capire, indagare, spiegare il particolare e il contesto, questi due “fastidiosi” orpelli della realtà. Novantatré di Feltri, con questo fantastico andirivieni fra presente e futuro, ci costringe così a vedere e pensare, che è un’attività così rara in tempi di clicca-mi piace-condividi.

Con Novantatré ci ritroviamo catapultati nel mezzo di vicende sanguinolente, con gente che, ad ogni arresto eccellente, scriveva ai giornali per testimoniare «il cuore colmo di gioia», viaggi organizzati a Montenero di Bisaccia come fossero le Seychelles, un popolo intero che, come Cristiano Di Pietro, urlava: «Rompigli il culo, papà». L’odore di selvaggina era nell’aria quell’anno, e conveniva fiutarlo per tempo, prima di diventare la prossima preda da sbranare. Magistrati sacerdoti, un pm descritto come un Gesù, giornalisti e intellettuali ubriachi e fegatosi, missini, leghisti, comunisti intenti a fare la calza sotto la ghigliottina.

mattia-feltri-novantatre-copertinaRipercorrere quel novantatré significa rileggere dichiarazioni la cui assertività è cristallina. Nessun dubbio, nessuna remora, nessun tentennamento nemmeno di fronte a vite rovinate, cadaveri, suicidi. Quell’anno si respirava solo furore, vendetta e rabbia. Sulla pietra levigata dei quotidiani non c’era spazio se non per giudizi definitivi e oracolari e per sentenze scolpite senza sbavature. Ed è questo, ventitré anni dopo, quel che colpisce di più: l’assoluta mancanza di sfumature, di ripensamenti, di un attimo di titubanza che introduca al laico dubbio o, se Dio vuole, alla cristiana pietà.

Il colore del terrore
Feltri ha raccontato ad Alessandro Giuli del Foglio che una volta lo chiamò Luigi Manconi per chiedergli se quel giudizio tranchant su Bettino Craxi che aveva riletto nelle sue ricostruzioni, lo avesse mai pronunciato. «Ma davvero ho detto quelle cose?», chiese Manconi, un garantista a tutto tondo, uno che – per capirci – ha scritto libri per chiedere l’abolizione del carcere. Era stupito anche lui, persino lui, figurarsi noi, di essersi ritrovato in quell’anno in un mondo dove l’avviso di garanzia era una condanna, il segreto istruttorio una barzelletta, la presunzione d’innocenza una bestemmia. Ma anche dove l’ipocrisia era tanta e ben distribuita: dai magistrati che si fermavano solo davanti al portone di Botteghe Oscure fino alle seconde linee di partiti moribondi dove portaborse fino ad allora innocui cannibalizzavano padri e padrini.

Rileggere oggi Novantatré fa riflettere sulla pochezza dell’animo umano e sulla sua imperfezione e miseria connaturate. E sulla presunzione di poter sfoggiare mani candide e illibate, senza sporcizia sotto le unghie. Novantatré è stato l’anno in cui quelle unghie, trasformate in artigli, hanno cominciato a graffiare per grattare via il nero dal mondo. Ma nella vita tutto è spurio e, come chiunque abbia letto Moby Dick sa, la bianchezza è il colore del terrore, della violenza e della paura.

Foto Ansa


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